La “posizione” o “dis-posizione” del terapeuta in seduta

psicologo

Il nostro “uso del sé è l’unico strumento a noi disponibile” (Real, 1990, p. 255).

Vivien Hardham già nel 1996 osservava come ogni terapeuta, all’inizio, è consapevole con umiltà e riverenza del significato pratico di questa affermazione. I nostri sé sono ciò che usiamo per fare terapia.

Il terapeuta sistemico ha ben presente che, per aiutarlo nella propria pratica, esiste un’ampia letteratura che descrive teoria, tecnica, stili ed approcci di terapia. Tuttavia, in qualche modo, niente di ciò sembra aiutarlo direttamente a capire come usa il proprio sé in qualità di persona che prova emozioni e pensa all’interno di relazioni terapeutiche dinamiche – “in action packed” (Hardham, 1996).

 

Negli ultimi anni diversi autori si sono interessati al modo in cui i terapeuti utilizzano se stessi nella terapia, sempre più consapevoli del gap esistente tra l’uso del sé e l’utilizzo del linguaggio che, al contrario, è da sempre trattato e teorizzato. La Hardham (1996) infatti osservava a questo riguardo come la letteratura non le aveva dato un linguaggio per dare senso al modo in cui –per esempio– Luigi Boscolo si rivolgeva gentilmente, dondolando il proprio busto, verso i diversi membri di una famiglia, o al significato che assumevano nella relazione terapeutica le lacrime nei suoi occhi. Queste attività, o usi del sé, così evidenti nei grandi studiosi/terapeuti, sono strettamente coesi con la pratica della teoria sistemica, ma in letteratura esiste poco che aiuti a legare le teorie con il “modo in cui noi terapeuti usiamo noi stessi nella pratica”. L’autrice continua osservando come, considerando le idee puramente costruttiviste e narrative del pensiero sistemico, si abbia l’idea che esse implichino che tutta l’azione di terapia è nelle parole.

In effetti, pur tenendo presente la sempre maggiore attenzione che le diverse scuole sistemiche stanno riservando all’importanza dell’uso del sé del terapeuta, se osserviamo l’evoluzione della teoria e della pratica sistemica ci rendiamo conto del fatto che, inizialmente, l’interesse degli studiosi era pressoché completamente assorbito dalle dinamiche familiari, mentre le problematiche del terapeuta restavano in secondo piano, apparendo di “secondaria importanza rispetto al complesso intreccio delle interazioni disfunzionali interne alla famiglia” (Loriedo, 2005).

Poche avanguardie, che sempre Loriedo (2005) descrive come “animate dal coraggio dei pionieri”, tentarono in principio di promuovere l’interesse verso quanto poteva accadere al terapeuta quando entrava in contatto con la coinvolgente atmosfera familiare. In realtà questo ritardo nel considerare la persona del terapeuta si è manifestata principalmente negli Stati Uniti, mentre in Italia la formazione è stata in modo non infrequente concepita come legata sia al modello di appartenenza sia alla persona del terapeuta.

La convinzione limitante che teneva in considerazione solo la famiglia ed i suoi movimenti è stata superata, anche in concomitanza dell’avvento della seconda cibernetica che evidenzia il bisogno di fare rientrare l’osservatore nel processo di osservazione. I princìpi della prospettiva sistemica, a oggi, inducono a considerare sbilanciato e contraddittorio un modello che enfatizza e richiede il cambiamento di una sola parte del sistema terapeutico: “l’esperienza del cambiamento, infatti, è così intrinsecamente relazionale che si dovrebbe diffidare profondamente dei cambiamenti che si verificano soltanto nella famiglia, e non hanno effetto sul terapeuta o viceversa” (Loriedo, 1995).

Questa concezione bilaterale tuttavia ha tardato a lungo a farsi strada, proprio come nella psicoanalisi tardò ad affermarsi l’utilizzo psicoterapeutico del controtransfert, per molto tempo considerato fattore di disturbo del normale corso del procedimento psicoanalitico.

 

Risale agli anni ’50 la prima, ristretta, cerchia di psicoanalisti che cominciò a riflettere sull’importanza del controtransfert e ad usarlo in modo terapeutico. Questi psicoanalisti espressero già allora opinioni rispetto ai fenomeni di coinvolgimento del terapeuta particolarmente pertinenti rispetto ad una visione relazionale del sistema terapeutico.

La Heimann[1] ad esempio, già nel 1960, estende il concetto di controtransfert e lo definisce “uno strumento di ricerca nell’inconscio del paziente”, includendovi tutti i sentimenti che il terapeuta avverte nei confronti del paziente, e non soltanto quelli patologici.

La Little[2], d’altra parte, pochi anni dopo rivendica al terapeuta il “diritto di commettere errori”; l’autrice li considera una componente importante del processo terapeutico in quanto “capaci di svelare al paziente umanità e autenticità del terapeuta”, e quindi utili per ridurre il peso degli stereotipi idealizzanti che spesso il paziente porta con sé associati alla figura del terapeuta. La Little continua poi osservando come il paziente non solo spesso sia consapevole dei sentimenti del terapeuta molto prima di lui, ma anche come ”il controtransfert del terapeuta influenza il paziente non meno degli interventi che questi attua deliberatamente”. La Little nota infine quanto la capacità del terapeuta di tollerare le tensioni del suo paziente non sia meno importante della sua capacità di dimostrare i propri limiti, mostrando già allora di avere intuito l’utilità del posizionamento volontario o self positioning (Hardham, 1996) del terapeuta rispetto alle parti del proprio sé non totalmente controllabili nella relazione terapeutica.

In realtà, ancora prima Racker[3] (1949) si avvicina moltissimo all’idea che qui stiamo esplorando, ossia l’importanza della intera persona del terapeuta nel processo terapeutico. Racker infatti osserva come “il controtransfert, oltre ad essere inevitabile, è di due tipi: diretto, ossia che si sviluppa in risposta al paziente, e indiretto, ossia che deriva dalla risposta emozionale ad un’altra persona che può essere una figura significativa del paziente ma anche un collega, un inviante, un supervisore del terapeuta” (1949). Racker in questo punto sembra riallacciarsi perfettamente con il pensiero sistemico attuale che vede il terapeuta nella relazione, sì come parte del sistema, ma anche –e in misura non inferiore– come individuo discreto e portatore di significati propri.

Secondo Loriedo (1995) l’ aumento di interesse relativo al team terapeutico e all’importanza del suo ruolo nel cambiamento del sistema ha portato ad una visione più ampia ed equilibrata del processo terapeutico, alla pari di quanto avvenne nella psicoanalisi con l’accettazione del controtransfert.

Ritornando ad osservare un po’ più da vicino i “pionieri”, ossia i primi terapeuti che cominciarono a interessarsi a quanto avveniva nel clinico quando entrava in contatto con la famiglia e a quanto questo condizionasse il processo terapeutico, ricordiamo come già nel 1962 Scaffer e Wynne[4] ammisero che l’esperienza emotiva del terapeuta mentre intervistava famiglie di pazienti schizofrenici era particolarmente intensa, nonostante i molti tentativi di tenere “a rispettosa distanza l’impatto con la cultura propria della famiglia e l’esperienza soggettiva di frammentazione che ne deriva, mantenendo un elevato grado di distacco emotivo e di impegno tecnico”. I due autori riflettevano quindi sull’impossibilità di un non-coivolgimento del terapeuta.

Murray Bowen[5] (1976) osservava a sua volta che, “anche quando il terapeuta cerca di sottrarsi all’influenza della famiglia o di negarla, finisce inesorabilmente per subirla: secondo Bowen “non appena una persona –terapeuta– con la sua vulnerabilità entra in contatto emotivo con la famiglia, inizia in qualche modo a farne parte, anche se si ostina a sostenere il contrario”.

Bowen anticipa di quasi 20 anni le osservazioni di Benhabib[6] (1992): “l’illusione di un soggetto non-embedded e non-embodied –scollegato dal contesto e privo di confini–, (…) situato al di là di contingenze storiche e culturali… ha cessato di esistere da lungo tempo (…) poiché i soggetti della ragione sono creature fragili finite embodied e non cogiti dis-embodied”.

Rifrasando i due autori, il concetto di base sembra puntare l’attenzione sulla fragilità e vulnerabilità della persona del terapeuta, dovute appunto alla sua inscindibilità da se stesso. Quando siamo in terapia non possiamo quindi pensare di appoggiarci solo a tecniche e teorie, perché siamo in relazione e nella relazione portiamo noi stessi, quindi la nostra vulnerabilità, intesa come la nostra tendenza pre-riflessiva a sentire, interpretare e rispondere al contesto in cui siamo inseriti secondo schemi prettamente soggettivi.

Sempre rispetto al ruolo del terapeuta nella relazione psicoterapica, Carl Whitaker[7] nel 1965 arrivò a ritenere, controcorrente, il coinvolgimento del clinico lo strumento principale nel produrre il cambiamento e l’apprendimento di modelli alternativi di relazione: “se non c’è un coinvolgimento del terapeuta non c’è mai un reale apprendimento e quando, invece, l’apprendimento ha luogo, la terapia si trova in una fase avanzata, dopo che è avvenuto un importante cambiamento esistenziale”.

Queste posizioni nuove ed alternative restarono patrimonio di pochi per lungo tempo, mentre inizialmente i diversi modelli di terapia della famiglia consideravano l’aspetto controtrasferale di partecipazione emotiva al processo terapeutico da parte del terapeuta assolutamente negativo e da evitare, in quanto corrispondente ad una indesiderabile perdita di controllo della relazione.

Jay Haley[8] a tal riguardo dichiarava proprio in quegli anni che i momenti in cui un osservatore esterno poteva dire che si stava producendo un movimento di controtransfert sembravano corrispondere ai momenti in cui il terapeuta dichiarava di avere perso il controllo della relazione, e di essere pertanto stato costretto dai pazienti  a certi tipi di comportamento (1963).

 

Il tema del controllo quindi, sembra essere rilevante già da lungo tempo, e sembra proporsi con maggiore veemenza proprio laddove il terapeuta sente di dovere mettere in gioco altro oltre che le tecniche e la teoria, sentite come non sufficientemente esplicative e contenitive di quanto avviene nella terapia.

 

A oggi per molte scuole di pensiero sistemico le risposte emotive e comportamentali del terapeuta e del team rappresentano ormai un aspetto di primaria importanza. Questo approccio, a conti fatti, sottolinea che i cambiamenti –così come il mantenimento e la stabilità che sono ugualmente utili alla terapia– sono estesi a tutto il sistema terapeutico. Loriedo nota come per lui il cambiamento –o la stabilità– “hanno inizio soprattutto nella persona del terapeuta (1995)”, indicando con questo il valore irrinunciabile del suo coinvolgimento che non è più visto, pertanto, solo nell’accezione negativa di “perdita di controllo”, quanto piuttosto come fattore fondante del processo terapeutico.

Rossella Ausilio (2007)[9], riflettendo sull’importanza del coinvolgimento del terapeuta, ricorda come Whitaker, considerato da lei un guru nell’utilizzo estremo del sé del terapeuta, nel corso dei seminari romani del 1980 dichiarò: “se nella terapia non ricavo qualcosa di utile per me stesso, sento che non stiamo andando da nessuna parte. Whitaker in questa affermazione sembra definire un nuovo parametro di valutazione dell’andamento della terapia considerando che, se il terapeuta non sente di “migliorare se stesso”, facilmente nemmeno la famiglia migliorerà. L’idea, che riprenderemo più avanti in modo più dettagliato, sembra riallacciarsi ai concetti di “coinvolgimento e cambiamento” così come intesi da Loriedo.  Per questo autore infatti, come per Whitaker già nel 1965, il terapeuta, diviene la chiave del processo terapeutico e le possibilità di cambiare la famiglia passano necessariamente attraverso di lui, non attraverso le tecniche, né attraverso il processo o la comprensione, ma attraverso la persona stessa del terapeuta e soprattutto attraverso il suo “coinvolgimento con la famiglia. La scelta di Loriedo di utilizzare il termine coinvolgimento nasce dal fatto che, a suo avviso, mentre il controtransfert è considerato una risposta al transfert o un transfert autonomo del terapeuta, il termine coinvolgimento permette di considerare l’intero sistema e non ha bisogno di originare dall’una o dall’altra delle componenti della relazione terapeutica, perché la riguarda in toto. Il coinvolgimento in tal senso è per sua natura bidirezionale e reciproco ed è il segnale del fatto che due diversi sistemi hanno stabilito tra loro solide connessioni. È il segnale che si è stabilita una relazione.

 

Cecchin, riferendosi anch’esso all’importanza del riconoscimento del proprio coinvolgimento ma ponendo l’attenzione maggioremente sul valore della conoscenza della propria posizione nel sistema,  nel 1987 scrive: “La responsabilità terapeutica inizia col vedere la propria posizione nel sistema. Molte volte ciò significa semplicemente riconoscere che poco potere si ha e, allo stesso tempo, mantenere il rispetto verso il sistema”. 

 

È esistita a lungo, insomma, la tendenza a non considerare il ruolo fondante del terapeuta nella relazione ed il valore irrinunciabile della sua figura nel processo terapeutico. Parallelamente non è stato considerato per molto tempo il poco potere che il terapeuta può avere nel sistema terapeutico a causa di tutto quell’insieme di realtà più o meno condivise e più o meno pre-riflessive che l’intero sistema porta con sé nella terapia e che possono essere non evitabili.

Oggi esiste la consapevolezza che se si considera l’inevitabilità di parte del contesto terapeutico – includendovi le realtà del terapeuta e del cliente –  essa diviene in parte più controllabile e, alla fine, utilizzabile terapeuticamente.

 

Tratteremo in seguito in modo più approfondito le dimensioni inevitabili di contesto che accompagnano il sistema terapeutico, così come le possibilità di utilizzarle comunque in modo terapeutico. Analizzeremo dapprima alcune delle motivazioni che sottendono la frequente difficoltà ad accettare l’idea del terapeuta che entra in relazione e si “coinvolge”, di seguito ci concentreremo sugli aspetti di non controllabilità e vulnerabilità della sua figura e del contesto terapeutico.

 

 

  1. Il peso degli stereotipi sociali rispetto alla figura del terapeuta

 La centralità del tema della distanza e la richiesta di “invulnerabilità”

Continuando a riflettere sul ruolo del clinico nella relazione terapeutica e sulla sua “position” nel sistema, ritengo importante a questo punto un breve escursus intorno agli stereotipi sociali che gravano sulla sua figura e che, inevitabilmente gli portano pressioni di non poco conto in termini di aspettative sociali sui suoi doveri e sul suo modo di lavorare.

La difficoltà del clinico ad accettare il proprio coinvolgimento e la propria vulnerabilità come parti integranti della dimensione terapeutica – discussa nel precedente capitolo – , si sviluppa anche a seguito di questi stereotipi sociali; non è infatti un caso che uno degli aspetti più difficili della supervisione – e quindi dell’analisi del coinvolgimento del terapeuta e della sua efficacia terapeutica –  consista proprio nel far fronte agli stereotipi che l’opinione pubblica attribuisce allo psicoterapeuta e ai quali molti  terapeuti, soprattutto se non ancora completamente formati, finiscono per aderire.

Un esempio di questi stereotipi vede  il buon terapeuta come immune da problemi e capace di fare fronte a qualsiasi difficoltà con la freddezza che è richiesta a una disciplina scientifica (Loriedo, 1995). Il terapeuta, sull’onda di questa pressione può convincersi di dover mostrare in ogni circostanza la sua competenza priva di incertezze e la sua capacità di non lasciarsi coinvolgere dai problemi che gli vengono presentati.

Il ruolo del terapeuta a livello di immagine sociale è spesso considerato fittizio e artificiale, una mera finzione, nella quale ogni risvolto personale appare del tutto irrilevante o addirittura dannoso per la terapia: sembra quasi che la nostra cultura abbia bisogno della rassicurante certezza di un terapeuta immune da qualsiasi forma di infezione psichica per garantirsi che chi cura possa continuare a farlo senza mai correre il rischio del contagio. Poco importa  che in nome di questa certezza debbano essere sacrificate le parti più significative del terapeuta, come le sue difficoltà, le sue emozioni, il suo coinvolgimento, e poco importa poi se, da questo, ne viene danneggiata anche la terapia (Loriedo, 1995).

L’ombra della rappresentazione simbolica che la cultura richiede, quindi, finisce spesso per gravare pesantemente sul terapeuta che tende ad assumerne i contorni e ad impersonarne lo stereotipo. Il paziente stesso, inoltre, sollecita ulteriormente questa tendenza provocando nel terapeuta forti sentimenti di angoscia che derivano dalla paradossale condizione del dover prendersi cura senza potere ricevere cura. Searles (1974)[10] ha evidenziato a questo riguardo le due principali fonti di angoscia del terapeuta che lavora con il paziente schizofrenico nella sua stessa “coazione a essere utile” e nei bisogni di dipendenza espressi dal suo paziente.

 

È poi molto interessante, ai fini dell’approfondimento della pressione sociale rispetto al ruolo del terapeuta atteso, l’articolo di Clara Capello apparso nel 2004 nel numero 15 di Connessioni: la Capello analizza l’immagine della relazione terapeutica che emerge dagli studenti di psicologia, e nello specifico la rappresentazione circa la specificità del ruolo dello psicologo in rapporto al cliente/consultante. L’articolo permette di considerare un altro sé del clinico, che è costituito dai pregiudizi socialmente costituitisi dell’immagine, del ruolo, delle competenze del terapeuta e della relazione terapeutica, portati proprio da coloro che le ambiscono (e le temono).

La Capello (2004) nota come per gli studenti il contesto di elezione del lavoro psicologico è la psicoterapia, da loro intesa come cura del sintomo psicologico e/o come la presa in carico del soggetto e del suo disagio. Emerge in questo senso un primo pregiudizio, scaturito probabilmente dall’eredità del modello medico che cerca la causa profonda del disagio dietro il sintomo.

Dal modello medico altro non può emergere che un immediato raffronto con il rapporto medico-paziente, anticamente sviluppato in un basso coinvolgimento emotivo e un passaggio di informazione e apprendimento pressoché unilaterale.

Rispetto al pregiudizio degli studenti di psicologia che vedono il lavoro psicologico come cura del sintomo o presa in carico del soggetto, emerge che la caratteristica saliente di tale contesto a loro avviso è l’ascolto, inteso in questo caso come una benevola accoglienza non giudicante dell’altro, più che come condivisione nella ricerca del senso della consultazione (Capello, 2004). È un ascolto per lo più a una via –  si ascolta l’altro, senza considerare il contemporaneo ascolto di sé e della relazione che si sta attuando in quel contesto – , quindi un contenimento delle emozioni che pare magicamente la condizione necessaria e sufficiente a rendere terapeutico l’incontro.

 

L’attenzione pare perciò –  anche per i giovani neofiti psicologi – focalizzata sull’altro, sul cliente, simbolizzato dagli studenti come il bisognoso, fragile nella sua sofferenza, da accogliere incondizionatamente: in questo senso quindi appare immediata e complementare a tale “bisognoso” una prima rappresentazione di uno psicologo forte e buono, in grado di bonificare l’angoscia, con la sua sola presenza contenente, in una relazione idealizzata e decontestualizzata.

La relazione terapeutica idealizzata dagli studenti deve avere anche un’altra caratteristica irrinunciabile: l’empatia. Essa, come parola mito, pare da sola qualificare le competenze dello psicologo. La pressione di uno stereotipo così potente rispetto al ruolo del clinico è evidente: lo psicologo deve essere forte, buono, empatico. Diventa facile lasciarsi sedurre da un’immagine del genere e, di conseguenza, diventa ancora più difficile e faticoso per il terapeuta mostrare i propri limiti e la propria “imperfezione”, per uscire da uno stereotipo irrealistico e megalomanico.

 

Tornado ancora all’idea di clinico forte, buono ed accogliente che la Capello ha raccolto dagli studenti, emerge parallelamente anche una prima embrionale idea di terapeuta più realistico, coinvolto in una relazione non solo unilaterale.

Gli studenti, forse impauriti dall’idea irraggiungibile del clinico “perfetto e contenitivo”, manifestano le prime consapevolezze della potenza che una relazione così intesa – prefigurata praticamente come una situazione di fusionalità regressiva orientata al ”modello simbiotico” – porta con sé in termini di rischio, fatica, perdita del controllo. Gli studenti quindi riportano il “timore di esserne travolti, di non reggere, di perdere se stessi nel quotidiano incontro con l’altro sofferente, che scarica l’angoscia sullo psicologo che tutto deve contenere” (Capello, 2004).

 

Se quindi, inizialmente, era emerso lo stereotipo dello psicologo invulnerabile e che resiste a qualsiasi fatica o sofferenza i clienti possano portare, ora si prefigura una ulteriore rappresentazione del ruolo dello psicologo e della relazione terapeutica, che tuttavia non pare alleggerire affatto le caratteristiche megalomaniche proiettate sulla figura del terapeuta. Si tratta di un modello di scarico o bonificazione del male. Dopo avere raccolto le sofferenze dei clienti, lo psicologo scaricherebbe a sua volta le stesse nel più ampio e capace contenitore impersonificato dal supervisore o, ancora, eviterebbe il contagio della sofferenza attraverso la preventiva “vaccinazione” costituita dall’analisi personale “a vita”, vista come un paradossale rinforzo delle difese, unica via per raggiungere l’ideale della professionalità, inteso ancora una volta come distacco emotivo e professionale.

Non affiora quindi in tal senso la rappresentazione degli strumenti della supervisione e dell’autoanalisi come sviluppo di potenzialità, competenze e capacità di integrazione (Capello, 2004), ma unicamente una figurazione che li vede come mezzi preventivi o di controllo del “danno”.

 

Lo stereotipo portato dagli studenti circa il ruolo del clinico appare ancora una volta poco realistico e tranquillizzante e se, come pare logico fare, tale idea non si allontana troppo da quella che molti pazienti e che la società in genere portano con sé rispetto alle qualità, potenzialità, competenze e capacità dello psicoterapeuta, comprendiamo sempre meglio quanto sia difficile per quest’ultimo ridefinire costantemente di volta in volta il proprio ruolo, per instaurare una relazione basata sul senso di realtà e sulla responsabilità condivisa nell’intero sistema terapeutico.

 

Tornando ancora agli stereotipi portati dagli studenti, così utili per una riflessione a più ampio spettro rispetto all’intero immaginario sociale, si prefigura lo stereotipo del professionista ideale; si tratta di uno psicologo molto lontano da loro, che avrà fatto “pratica” e sarà pertanto in grado di utilizzare con competenza le teorie studiate, che avrà fatto la propria “analisi personale” e che, quindi, “curato” e “formato”, saprà certamente gestire la relazione terapeutica, capire il problema del paziente e trovare e risolvere le cause profonde del suo disagio.

La rappresentazione che emerge con sempre maggiore forza è quindi quella di” una sorta di  maestro di vita, una nuova forma di saggio, una sorta di confessore laico dell’uomo post-moderno, nelle sue diffuse crisi di valori, un medico/filosofo/pedagogo di adulti soli e disorientati, che vive e lavora – solo a sua volta- nel suo studio privato, riuscendo a dire le “cose giuste senza darsi troppo”, restando al di qua dell’implicazione relazionale” (Capello, 2004).

 

Quest’ultima rappresentazione, pur ponendosi sempre su basi megalomaniche, si oppone a quella “empatica”, a connotazione prevalentemente materna, emersa inizialmente; questo è uno “psicologo-saggio” (che se è maturo – senex è meglio!!), una sorta di maestro-padre-buono, che fornisce valori e un nuovo modello educativo. Secondo Capello questa figura paterna è autorevole, forte e sicura, ma distante e neutrale perché professionale, quasi uno schermo bianco, quasi lo stereotipo dell’analista silenzioso e frustrante che offre interpretazioni oracolari o muta presenza, che sfrutta la sofferenza della clientela borghese e capricciosa, che va in analisi per moda. Oggettivamente questa rappresentazione dello psicoterapeuta appare grottesca, forse appresa per lo più dai mass media e dalla cinematografia –  e quindi, come per tutti i miti, particolarmente coinvolgente: è uno psicoterapeuta che fonda il suo potere di competenza su un rigido uso della distanza di ruolo nella relazione con il suo paziente.

 

La rappresentazione degli studenti dello psicoterapeuta quindi è combattuta tra la polarità empatica e quella educativa, tra il materno e il paterno, tra il fusionale e il disimpegnato. Nel tentativo di  fermare la bilancia tra le due, negli studenti prevale quindi l’idea che “l’area terapeutica debba essere condivisione empatica, senza condizioni, pur regolata da qualche forma – misteriosa ed efficacissima –  di setting esterno” (Capello, 2004).

Il setting interno, che rende possibile un ascolto nella relazione, è quindi lasciato indefinito. La figura dello psicologo appare paradossalmente sfocata: indispensabile, ma non ripensata nel suo ruolo e nella sua personale-specificità, il terapeuta è una presenza ipotizzata come indipendente, ma autosufficiente e autoreferenziale (“forse sarebbe meglio non avere famiglia per dedicarsi completamente alla professione e, parallelamente scordare le teorie apprese per essere solo se stessi!?”) o addirittura neutra o confusamente eclettica, una sorta di idea embrionale e poco rassicurante dell’embodied e dell’embedded sviluppate poi, non più paradossalmente ma in piena coerenza tra loro, dalla Hardham (1995), delle quali parleremo in seguito.

 

Prevale insomma negli studenti una ingenua idea di spontaneismo e immediatezza, in opposizione ai modelli e procedure apprese, e paiono pertanto irrisolte sia la questione della soggettività dello psicologo sia la questione della relazione soggetto-oggetto nel processo di conoscenza, soprattutto negli interventi di consulenza e/o terapia. Lo stereotipo sociale che grava sul terapeuta ancora una volta non si svincola dall’idea grandiosa si infallibilità, di forza e accoglienza senza confini, paradossalmente affiancate dal valore irrinunciabile della distanza e del non coinvolgimento. La cripticità della figura del clinico quindi sembra proporsi accanto al suo coinvolgimento emotivo, che non può mancare, ma deve essere invisibile al paziente! Il peso di questo stereotipo sulla figura e sui compiti attesi dello psicologo da parte della società è evidente.

 

Rimanendo fermi su tali questioni squisitamente legate alle vicinanze e alle distanze, al coinvolgimento e al disimpegno, è quindi evidente, nelle rappresentazioni del “terapeuta ideale” degli studenti, la centralità della tematica della “distanza”. Essa è negata nella polarità simbiotica fusionale, mentre è enfatizzata nella separazione/scissione del comportamento della “neutralità” professionale.

I due modelli, quello del codice materno e quello del codice paterno, appaiono a conti fatti riparativi, di ri-adattamento, ma non ricostruttivi e aperti all’emergenza del nuovo. La dimensione transferale è presa in considerazione e ritenuta, seppur in termini molto generici, importante strumento di lavoro, mentre la dimensione contro-transferale del terapeuta è rappresentata per lo più da funzioni di “controllo di gestione” della dinamica relazionale ed emotiva, al fine ultimo di tenersi a distanza di sicurezza e di allontanare un paziente che, diversamente, si attaccherebbe a vita.

Questo aspetto, che evidenzia un pregiudizio che vede il paziente come dipendente e incapace di andarsene con le sue gambe da solo, rivela ancora una volta un “sé megalomanico nell’essere indispensabili o onnipotenti dispensatori di forza” (Capello, 2004); tale rappresentazione del paziente è probabilmente necessaria al contenimento dell’ansia che gli studenti ancora sentono rispetto al bisogno paradossale di mettersi e non mettersi in gioco nella relazione terapeutica ma è anche segno, ancora una volta, del bisogno sociale di prefigurarsi un terapeuta forte e infallibile, nel quale potersi abbandonare finalmente senza preoccupazioni, accuditi e sorretti certamente nel migliore dei modi.

 

La figura del terapeuta, così come descritta negli stereotipi appena discussi, pare avere poco o nulla in comune con le idee sistemiche di relazione terapeutica e di co-costruzione del sistema. Tenere presente i pregiudizi con i quali i nostri pazienti – probabilmente – arrivano nella stanza di terapia, tuttavia, diventa quindi strumento preziosissimo di interpretazione e osservazione del contesto terapeutico e di ciò che essi ci portano. I pregiudizi appena osservati infatti, se non esplorati ed analizzati anche con gli stessi clienti, finiscono per diventare aspetti inevitabili di contesto che vanno ad aggiungersi ad altri, riducendo ulteriormente la nostra capacità di movimento, posizionandoci nostro malgrado ed al di fuori dal nostro controllo.

Un paziente che mantiene e conserva il proprio pregiudizio rispetto alla nostra infallibilità, ad esempio, difficilmente ci permetterà di stabilire con lui una relazione terapeutica reale ed efficace, finendo per interpretare ogni nostra restituzione o ogni nostro semplice movimento analogico proprio sull’onda di questo stereotipo, dandogli pertanto significati propri, lontani da quelli che  noi penseremmo.

Il terapeuta stesso, da parte sua, dovrà confrontarsi con costanza e determinazione con i pregiudizi portati dai clienti rispetto alla sua figura ed al suo ruolo. Molti di essi saranno seduttivi e quindi difficili da rifiutare e ridefinire –  tra essi la sua forza e saggezza –  ma porteranno con sé anche il peso delle aspettative spesso eccessive rispetto al suo ruolo ed ai suoi compiti. Non lasciarsi affascinare da essi permetterà al clinico di conservare una buona mobilità terapeutica, riducendo le pressioni che il contesto, inevitabilmente, porta con sé rispetto al suo operato.

 

 

Dopo avere analizzato quanto questi stereotipi possano gravare sul terapeuta, ritengo a questo punto necessario approfondire gli aspetti inevitabili del contesto terapeutico, con i quali il terapeuta si deve confrontare e che deve imparare a riconoscere e tenere presenti come parti integranti della relazione terapeutica. Di questi aspetti inevitabili, come già osservato, fanno parte anche i pregiudizi sul ruolo del clinico appena descritti. A fianco di essi, tuttavia, si aggiungono anche i pregiudizi che inevitabilmente il terapeuta porta con sé rispetto all’identità, alle aspettative, al ruolo dei propri clienti. Le assunzioni e attribuzioni  di terapeuta e clienti entrano quindi entrambi nella stanza di terapia e compartecipano a condizionare la relazione in ogni suo momento, influenzando le distanze e le vicinanze, la visibilità e l’invisibilità, l’attenzione, la risonanza emotiva e l’interpretazione cognitiva dell’intero sistema cliente/terapeuta. La comprensione di entrambi questi aspetti diventa quindi aspetto irrinunciabile dell’intervento terapeutico.

 

Nel prossimo capitolo analizzeremo pertanto quanto l’individualità del terapeuta –  a sua volta aspetto inevitabile di contesto – sia coinvolta nella relazione terapica e quanto essa influenzi l’intero processo.

 

Analizzeremo inoltre in modo approfondito gli aspetti visibili ed invisibili dei sé del terapeuta e del cliente all’interno della relazione terapica e quanto questi, portatori di attribuzioni e assunzioni di significato di ciascuna parte del sistema nei confronti dell’altro, siano determinanti nell’interazione  terapeutica.

 

 

 

  1. Il ruolo del terapeuta: position e dis-position

 

Questa terza parte vuole esplorare in modo più approfondito il ruolo della persona del clinico nella relazione terapeutica.

Abbiamo osservato precedentemente quanto le aspettative legate ai pregiudizi sociali che i clienti portano con sé possano appesantire e condizionare il lavoro terapeutico, partecipando al costituirsi, se non considerate, di una relazione fondata su stereotipi poco realistici della figura del terapeuta e della terapia stessa. I pregiudizi e gli stereotipi che i clienti possono avere rispetto alla figura del clinico sono stati quindi analizzati, ed è già stato anticipato quanto questi possano essere determinanti nel “posizionare” il terapeuta in un ruolo per nulla realistico.

Resta a questo punto da osservare quella parte del sistema terapeutico costruttore di significato cui, secondo Elsa Jones (2007), il terapeuta ha più accesso, ossia lui stesso.

 

Nei paragrafi che seguiranno ci concentreremo quindi sulla persona del terapeuta nella sua interezza, guidati dall’idea di base che nella relazione egli è sia parte del sistema nel quale è inserito (embedded) sia parte del sistema dal quale proviene (embodied).

Le nature embedded ed embodied del terapeuta vengono quindi considerate fattori inevitabili del contesto clinico e, proprio per questo, devono essere dallo stesso tenute sempre presenti in quanto co-costruttrici di significato, aspettativa e relazione. Nel pensiero della Hardham (1996) e della Jones (2007) il posizionamento o “positioning” che è conseguente all’essere sia embedded che embodied nella relazione, diviene a sua volta  inevitabile e, se riconosciuto e “guidato” dal clinico stesso, si trasforma in strumento terapeutico. In questa ottica, poi, il posizionamento volontario o “self positioning” del clinico, possibile solo a seguito del riconoscimento della propria “position”, arriva ad essere considerato addirittura strumento terapeutico irrinunciabile.

Attraverso un gioco di parole Elsa Jones definirà dis-position la situazione nella quale il terapeuta sarà posizionato passivamente dal contesto in modo non terapeutico, e dis-positioning il suo movimento consapevole da quella posizione ad una maggiormente terapeutica.

 

 

3.1.  il valore delle assunzioni e attribuzioni dei clienti e del terapeuta gli uni sugli altri nella costruzione della relazione terapeutica

 

 

Avvicinandoci per gradi ai concetti accennati poco sopra ed alla rilevanza del ruolo del terapeuta nella relazione, iniziamo osservando come Elsa Jones (2007), riflettendo sugli stati di empasse terapeutica che spesso le vengono portati in supervisione dai colleghi,  considera primariamente due dati inevitabili del contesto:

 

  • prima di tutto riconosce che il contributo del terapista nell’ enfatizzare o mettere a tacere e rendere marginali contenuti o significati alternativi è cruciale
  • in secondo luogo considera come la parte del sistema costruttore di significato nella terapia cui il terapista ha più accesso è il proprio sé stesso.

 

Tenendo presente questo, una domanda che la Jones ritiene utile nella riflessione rispetto ad un caso clinico portato in supervisione è: che cosa del terapista può avere contribuito all’empasse? Secondo l’autrice porre l’attenzione sul terapeuta consente di semplificare il territorio molto complesso della mutua costruzione e percezione di significati in terapia.

 

Come sappiamo la relazione terapeutica è costituita da una molteplicità di assunzioni e attribuzioni fatte sia dai clienti che dallo stesso terapeuta sulle identità, intenzioni e ruoli dell’altro. Questo può includere aree come la etnia, la classe, la sessualità e il genere – cioè, quegli aspetti osservabili o facilmente deducibili dell’altro  che si collegano con i nostri pregiudizi in modo da aumentare o limitare la costruzione di fiducia e di mutua comprensione nella terapia.

Inoltre la comunicazione viene filtrata da molte altre lenti come il background esperienziale, emozionale, di studi, i valori culturali, il linguaggio, inclusi il linguaggio analogico e il non detto.

Terapeuti e clienti leggono “i significati” dell’uno e dell’altro sulla base di comunicazioni spesso non verbali mediate da un repertorio di associazioni e interpretazioni che potrebbero in quel momento non essere pienamente consapevoli (Jones, 2007).

 

Continuando la riflessione sulla relazione terapeutica, Jones nota come fin dal primo momento in cui c’è l’ingaggio terapeutico (che potrebbe iniziare molto prima del reale primo incontro), essa e il suo potenziale di portare cambiamenti desiderati o temuti sono influenzati dalla risposta di tutti i partecipanti all’incontro stesso.

I partecipanti cui si riferisce La Jones non sono solo il terapeuta ed il cliente: partecipano infatti all’ingaggio terapeutico e lo influenzano anche il contesto, il processo referenziale, il sistema di valori e di credenze rispetto alla terapia dei partecipanti, i significati socialmente costruiti che vengono attribuiti al loro ruolo e alle identità percepite (ricordiamo gli stereotipi, appena esplorati, rispetto alla figura del terapeuta), la reciproca percezione durante l’incontro.

La Jones (2007), continua quindi la propria riflessione chiedendosi come potrebbe, per esempio, influenzare il risultato di una terapia il punto di vista di un cliente islamico con una forte avversione all’idea del femminismo e alla decadenza della società occidentale cristiana,  se il terapista fosse una donna bianca, di ceto medio, di una certa ètà, stile, e livello culturale. La Jones si chiede inoltre quali sarebbero, in un caso del genere, i pregiudizi della terapeuta sul suo cliente e quali punti ciechi e ostacoli alla comunicazione e ai cambiamenti potrebbero derivare da ciò. Qualsiasi terapeuta, al suo posto, dovrebbe quindi chiedersi come, questi pregiudizi, potrebbero contribuire a un suo sperimentare emozioni, pensieri, intuizioni e, ancora, come potrebbe una aumentata consapevolezza di ciò diventare utile per il proseguimento dell’attività terapeutica.

Elsa Jones, nel corso di un convegno tenutosi a Bologna presso il CBTF nel 2007, riflettendo sul ruolo del terapeuta nello sviluppo e nell’evoluzione della relazione terapeutica, ricordava l’importanza del tenere presente ciò di cui non si è consapevoli (compresi i propri pregiudizi) attraverso una metafora: “quando si è in auto e si fa retromarcia c’è sempre un punto cieco, che non vediamo. Va detto tuttavia che ci rendiamo conto della sua esistenza e pertanto prestiamo grande attenzione proprio in quella zona, ricostruendo per ipotesi quanto non possiamo vedere, rifacendoci alle altre conoscenze che abbiamo, ciò che vediamo ai suoi bordi, la conoscenza del territorio, il contesto in cui ci stiamo muovendo” (Jones, 2007).

 

A questo riguardo va ricordato che il terapeuta sistemico può contare su un grande strumento, fondante del proprio modello, per tenere sotto controllo i propri punti cieche: l’equipe.  Assunzioni ed attribuzioni di significati, sia da parte del cliente che da parte del terapeuta sono quindi aspetti fondanti nella costruzione della relazione terapeutica e nella sua evoluzione.

 

Il mio gruppo di training, nel corso di un’esercitazione pratica rispetto all’uso del sé in terapia, non a caso aveva riconosciuto come “aspetti mancanti del proprio sé terapeutico” uno scarso controllo sul proprio intrapsichico e sulla costruzione della distanza e della vicinanza nella relazione terapeutica.

La difficoltà a controllare la  vicinanza e distanza di cui parlava il mio gruppo sembrerebbe coincidere con difficoltà che esiste nel tenere presenti e nell’interpretare gli aspetti fondanti della relazione che si viene a creare tra terapeuta e cliente.  Il gruppo aveva poi considerato, in linea con la Jones,  che lavorare in coppia o in gruppo riduce fortemente il senso di non controllabilità dovuto a questi “aspetti mancanti”. Anche le supervisioni erano valutate molto utili nel ridurre questo senso di carenza, soprattutto nei casi di terapia individuale, sentiti come contesti di grande solitudine per noi giovani “quasi terapeuti”. Le assunzioni ed attribuzioni di significato fatte sia da noi terapeuti che dai clienti gli uni sugli altri sull’onda dei reciproci pregiudizi condizionano pesantemente la relazione terapeutica e, quindi, il senso di vicinanza o lontananza di cui si parlava nel corso dell’esercitazione. La vicinanza non controllata cui ci riferivamo noi giovani terapeuti assumeva le caratteristiche di scarsa differenziazione tra il clinico ed il cliente stesso, in quanto rendeva difficile stabilire quanto di ciò che emergeva fosse frutto del pensiero dell’uno o dell’altro.

Rispetto a questo, sempre nel corso di quell’esercitazione, era emerso che in alcuni casi si era rivelato utile condividere con il paziente la propria difficoltà a separare ciò che è sentito come proprio piuttosto che come suo; questo diventava un atto di “posizionamento volontario” del terapeuta rispetto al paziente, e quindi di riflessione sulle reciproche assunzioni e ed attribuzioni di significato, senza diventare una forma espulsiva di distanziamento, conservando la propria natura di azione di differenziazione costruttiva. Avevamo intuito il valore del self positioning nella costruzione di una relazione terapeutica.

Durante la stessa giornata, sull’onda della riflessione rispetto al bisogno di differenziarsi pur restando nella relazione, avevo cercato un’immagine metaforica che potesse rappresentare come sentivo in quel momento il mio “sé terapeutico” nella relazione con il cliente:

 

“Il mio sé terapeutico lo immagino come il mio riflesso su un vetro, al di là del quale vi è il mio paziente, la cui immagine si sovrappone al mio riflesso… e così le due immagini si confondono, pur potendosi distinguere… diciamo che a volte si fa confusione su ciò che è mio e ciò che è suo… siamo così uniti! Però io mi vedo. Entrambi poi ci muoviamo, e questo movimento agevola la distinzione tra me e lui… “

 

Le emozioni che volevo trasmettere attraverso questa immagine suggestiva erano quelle del senso di instabilità, dell’incertezza, del bisogno di controllare le distanze, così come il bisogno di dinamicità e movimento, di differenziazione e di riflessione sulle reciproche assunzioni di significato.

Ricordo che i colleghi si erano ritrovati in gran parte nella mia metafora, confermandomi l’esigenza ancora esistente tra noi di riflettere in modo più approfondito rispetto al nostro “essere e non essere” nella relazione terapeutica, e stimolando inoltre in me l’inizio di questo stesso lavoro.

Il grande interesse che quel giorno tutto il gruppo mostrava per il proprio “sé” aveva tuttavia portato il nostro docente a ricordarci l’importanza, in tutto quel fervore, di non dimenticare il paziente e la relazione: esisteva il rischio che diventassimo troppo proiettivi, annullando l’apporto del paziente nel significato in divenire della terapia e arrivando a rispondere e interpretare tutto sempre e solo sull’onda di un’attenzione posta unicamente sulle nostre emozioni, e non di un circuito di riflessione/emozione/riflessione/emozione.

Il contesto terapeutico mi permette di dare maggiormente ascolto a me stesso (la mia immagine nello specchio) ma a questo deve seguire un mio decentramento che va a dare spazio all’altro (la sua immagine che si muove, indipendentemente dalla mia)… dare maggiormente ascolto a me stesso è utile solo se diventa un mezzo per dare poi ancora una volta spazio all’altro.

 

Nei prossimi paragrafi, rifacendoci al lavoro di Vivien Hardham (1996) sull’uso sistemico del sé del terapeuta, analizzeremo in modo approfondito “l’essere e il non essere” del terapeuta all’interno della relazione psicoterapeutica, e come il suo coinvolgimento sia percepibile attraverso differenti canali comunicativi e di contestualizzazione.

 

Il coinvolgimento del terapeuta è sempre considerato una dimensione inevitabile di contesto, così come l’interpretazione che ne fa il paziente: il coinvolgimento del terapeuta nella relazione, dato dal suo essere parte sia di quel sistema (embedded) che di altri, esterni ad esso e spesso non immediatamente percepibili (embodied), co-partecipa come sappiamo alla costruzione della relazione stessa e, quindi, alla sua terapeuticità.

 

 

 

3.2. “L’essere e il non essere” del terapeuta  nella stanza di terapia: appartenenza e autonomia. Verso le idee di Embedded e Embodied

 

Per avvicinarci gradualmente alle idee di Embedded ed Embodied fino ad ora solo accennate e darne quindi una concettualizzazione chiara, mi permetterò ora un ulteriore breve escursus teorico attraverso una rapida panoramica sull’evoluzione dei pensatori sistemici rispetto all’uso del sé del terapeuta, partendo dalle concettualizzazioni di base di “contesto” ed “individuazione”.

 

Ritengo che comprendere a fondo i concetti di Embedded ed Embodied sia un passo fondamentale per una riflessione chiara rispetto al sé del terapeuta nella relazione e, quindi, rispetto al suo uso consapevole e terapeutico.

Solo dopo avere analizzato fino in fondo questi concetti potremo quindi, finalmente, procedere alla riflessione rispetto a come il terapeuta può effettivamente utilizzare in modo terapeutico il proprio sé attraverso le azioni di dis-positioning e self-positioning teorizzate dalla Jones e già accennate nei precedenti paragrafi.

 

Tornando quindi ai concetti di “contesto” e “individuazione”, basilari nelle idee di Embedded ed Embodied, notiamo come la teoria sistemica ci ha portati alla valida nozione che “niente ha un senso se non inserito in un contesto, e successivamente all’idea che questo può essere visto attraverso molte lenti diverse – per esempio, l’organizzazione dei sistemi, le epistemologie, il linguaggio (Boscolo, 1993). [11]

 

Abbiamo già chiaro che capire le connessioni che esistono tra l’immagine che diamo di noi all’esterno con il nostro progetto terapeutico aumenta la nostra capacità di lavorare nell’ambito di sistemi di significato più ampi, e influenzarli. “Le idee di neutralità, di ingaggio multiplo, di circolarità e curiosità, sono quindi state rese possibili, e noi siamo stati capaci di capire cosa facciamo dalle prospettive “esterne” (Boscolo, 1988; Camplbell & Drapper, 1985).[12]

 

Questo approccio che la Hardham definisce a big picture – di visione d’insieme, da grandangolo – molto rappresentativo della teoria sistemica, pur riconoscendo l’importanza della consapevolezza della propria immagine nonché della lente che viene usata per analizzarla, non affronta tuttavia  ancora “l’esperienza sentita individualmente” da un soggetto (terapeuta), tranne che in relazione allo specifico contesto in cui essa ha luogo.  L’individualità del terapeuta sembra essere riferita unicamente a come essa è interpretata dal sistema nel quale egli si trova ed a come lui riflette su questo.

La Hardham (1996), quasi rispondendo con 10 anni di anticipo ai dubbi espressi da me e dai miei colleghi di training nel corso dell’esercitazione citata poco sopra, vede un’apparente contraddizione implicita quando si cerca di guardare ai terapeuti individuali “in modo sistemico”:

Come possiamo concentrarci sui sé individuali (dei terapeuti) e sulla loro esperienza sentita, restando tuttavia all’interno della teoria sistemica, quando questa teoria ci chiede di non considerarsi mai al di fuori della “big picture?”.

Vedremo come questo sia possibile attraverso l’integrazione di un ulteriore lente di osservazione.

 

La Hardham, per investigare l’esperienza sentita individualmente dai terapeuti all’interno della relazione – e quindi l’uso del sé che il terapeuta può attuare – , parte dal focus duale che lega individualità e contesto citando Stierling (1987) [13]che, scrivendo di coevoluzione, coniò il termine complementare “co-individuazione”. Stierling sottolineava come il processo di definizione di un termine implica una definizione per differenze rispetto all’altro termine a lui complementare. Per esempio, se definiamo un “in” definiamo anche un “out”. Sull’onda di questo pensiero, Stierling elegantemente notava che “tutta l’evoluzione implica cambiamento di individui e l’individuazione, tutta, è in relazione agli altri”, da qui il termine di co-individuazione che, rispetto alle riflessioni che seguiranno queste pagine, ben si adatta al nostro ragionamento.

Bianciardi (2004), riflettendo sui concetti di appartenenza e autonomia rispetto alla relazione, nota come il singolo individuo tenda sempre a misconoscere e a dimenticare il proprio appartenere, il proprio abitare in un contesto; Bianciardi osserva infatti che ognuno di noi tende a vivere se stesso, innanzitutto, come un ente a sé, separato dalla realtà che lo circonda, ed immagina quindi di entrare in relazione a partire da questa separatezza. Si tratta, come avrebbe detto Bateson, di epistemologia all’incontrario; la caratteristica non eludibile di ogni essere vivente è l’esser parte di, l’esser partecipe a; l’individuo biologico, pur sentito ben distinto dal contesto nei suoi confini, piuttosto che entrare in relazione a partire da un essere a se stante, si distingue a partire da un appartenere, o da un essere parte di: l’individualità si dà nel differenziarsi dai contesti di relazione che la generano e di cui, pur nella sua natura “discreta”, è e resta partecipe. In questo senso, manipolando irriverentemente le prime parole che appaiono nella Genesi, possiamo dire che “in principio vi è la relazione”.

Considerando l’idea sistemico/ecologica che noi come sé individuali siamo parte inscindibile dei nostri contesti ammettiamo quindi che noi tutti siamo parte di una rete -complessa e in evoluzione- di significati, interazioni e schemi di connessioni.

 

Utilizzando quindi le concettualizzazioni della Hardham (1996), osserviamo che come individui embedded “non siamo esterni ai nostri contesti e potremmo esser paragonati a porzioni di materiale genetico cellulare inestricabilmente inserito entro ambienti di cellulare organico complesso in movimento”.

Per seguire poi l’uso di Stierling della definizione dei termini per opposti complementari, “se definiamo noi stessi come embedded, – ossia come individui implicati, coinvolti, parte di un sistema più ampio –  di conseguenza definiamo noi stessi anche come embodied, ossia come individui con dei confini” (Hardham, 1996).

Il pensare a noi stessi come embedded significa quindi, complementarmente, anche pensare a noi stessi come individui biologici discreti.

La Hardham (1996) individua in questo ultimo passaggio il salto di visione dal “big picture (visione d’insieme)” ad un diverso tipo di focus, detto “close up” (visione del dettaglio, ravvicinata); in questo modo stiamo spostando il focus dell’attenzione a noi stessi, terapeuti, come individui embodied, anche se pur sempre situati all’interno del big picture o delle reti di significato (stanza di terapia).

 

Ecco quindi che integrare questa nuova lente di osservazione a fianco della Big Picture ci permette di concentrarci anche sul sé individuale del terapeuta , restando comunque all’interno della teoria sistemica che ci chiede di non considerarci mai al di fuori del contesto.

 

Come già esposto sopra quindi, la concettualizzazione del nostro essere embodied, e quindi del nostro essere individui discreti e con dei confini -seppur all’interno di un sistema di significati più ampi-, ci rimanda a quanto ci suggeriva Benhabib: quando siamo in terapia non possiamo pensare di appoggiarci solo a tecniche e teorie, perché in terapia siamo in relazione e nella relazione portiamo noi stessi, il nostro essere discreti e, quindi,  la nostra vulnerabilità di individui.

 

Osserveremo nei prossimi paragrafi la natura embedded e la natura embodied del terapeuta, sempre rimanendo all’interno della teoria sistemica, quindi considerandone il legame inscindibile con il contesto ma anche la loro capacità di condizionarlo.

 

3.2.1. “Embeddedness” nella Big Picture e l’uso dell’ Outsight

 

Se ci concentriamo sulla natura embedded della nostra esistenza, vedremo noi stessi determinati dal nostro contesto. Noteremo maggiormente i significati socioculturali e gli schemi di interazione nell’ambito dei quali esistiamo, considereremo cose come la coevoluzione, l’interdipendenza, i legami e la reciproca influenza .

Comprendere la nostra natura embedded , il nostro embeddedness, significa mentalizzare gli schemi che connettono le nostre esperienze e le costruzioni sociali che plasmano la nostra esperienza. Questo è il massimo cui possiamo arrivare in una visione “Outsight” della rete di interazioni e/o significati in cui ci muoviamo come terapisti.

Outsight – visione dal di fuori –  è un termine coniato da Stagoll per descrivere il modo di vedere cose “dal di fuori” dalla dinamica circolare del lì e fuori di lì del terapeuta (there and out-of-there), come descritto da Boscolo[14] (nella discussione con D. Campbell, R. Draper, e G. Cecchin: Campbell & Draper, 195, p. 282).

Un Outsight ci può permettere di  dare senso all’esperienza individuale attraverso l’uso di una comprensione contestuale e di big picture; con l’outsight riusciamo a muoverci dal significato socio culturale più esterno verso un’esperienza di comprensione più intima, più legata alla propria individualità (Hardham, 1996). Un terapeuta che si osserva attraverso una prospettiva outsight può riflettere il modo più approfondito sul contesto lavorativo nel quale sta operando – ad esempio se è neo assunto e deve mostrare le proprie capacità, oppure se il paziente che ha in carico gli è stato inviato da un collega prestigioso che attende aggiornamenti sull’evoluzione della terapia –  ; attraverso un outsight del proprio embeddedness, il terapeuta può connettere al contesto magari una propria tendenza non terapeutica, o una situazione di empasse terapeutica. Rifacendoci ai due esempi di contesto in cui il nostro terapeuta potrebbe trovarsi ad operare, essi potrebbero ad esempio avere una influenza nella sua difficoltà ad inviare un caso del quale non può occuparsi.

 

3.2.2. L’individualità Embodied nella Big Picture e l’uso dell’Insight

 

Osservata ed esemplificata la natura embedded del terapeuta nella relazione, possiamo a questo punto affrontare un altro punto focale di questa trattazione, ossia l’emergenza dell’individualità – embodiedness – del terapeuta nella relazione, sempre rifacendoci in maggior parte alle riflessioni della Hardham ed al suo concetto di Embedded/embodied.

L’autrice nota come molti scrittori contestano che è inutile, per non dire inesatto, vedere gli individui come atomi sociali separati; Hardham, ritenendosi in parte d’accordo con questa asserzione, chiarisce per l’appunto di avere scelto di usare nella sua concettualizzazione il termine “embodied” piuttosto che “bodied”.

L’embodiment”, a suo avviso, non è una qualità che esiste indipendentemente dalle relazioni e dai legami. È un termine attivo piuttosto che descrittivo. Embodiment si riferisce alla definizione del sé (individualità biologica) e alla definizione di altri come individui discreti.

“Come individui noi facciamo esperienza di noi stessi come biologicamente discreti, come se fossimo contenuti dentro la nostra stessa pelle, quindi facciamo esperienza di noi stessi come embodied e, in maggior parte, definiamo noi stessi e i nostri confini attraverso la nostra esperienza corporea. È quindi importante il fatto che, a dispetto della realtà ecologica della nostra inestricabile embediness, noi siamo limitati, abbiamo dei confini, siamo definiti e abbiamo una collocazione rispetto agli altri –  e quindi siamo embodied rispetto agli altri.” (Hardham, 1996).

Credo che la suggestione che la Hardham crea quando ci definisce “contenuti nella nostra stessa pelle” sia molto utile per comprendere l’individualità che ciascuno porta con sé. Riflettendo su questa metafora ho considerato quanto, proprio la pelle, sia caratterizzata da due funzioni fondamentali ed irrinunciabili per la nostra sopravvivenza: la sua resistenza, che ci protegge e “definisce” rispetto al mondo esterno, e la sua sensibilità, che ci mette in incessante contatto con l’ambiente che ci circonda, attraverso molteplici esperienze sensoriali come il caldo, il freddo, l’umido, il liscio, il ruvido, il morbido, il viscido… Tutte queste “esperienze sensoriali” ci fanno sentire il nostro inestricabile coinvolgimento con l’ambiente nel quale siamo inseriti, permettendoci tuttavia di sviluppare esperienze estremamente intime di piacere così come di sofferenza o disagio.

 

Sull’onda di questa suggestione “percettiva”, riprendendo la concettualizzazione della Hardham, osserviamo come l’“Insight” – che può essere interpretato come l’idea complementare a Outsight-  potrebbe essere visto come il vedere “in there” piuttosto che “out of there”, come l’andare dall’esperienza interiore soggettiva verso il significato esterno contestuale o relazionale (sento freddo… l’ambiente nel quale mi trovo non è sufficientemente riscaldato… oppure qualcuno ha aperto una finestra?).

La Hardham porta un esempio di Insight: “mi sento sempre male e cerco di sottrarmi dall’interazione quando i miei clienti mi rifiutano o mi criticano. Suppongo che questo accada perché ciò mi ricorda la mia prima esperienza della critica come attacco e richiama la mia risposta difensiva abituale”.

 

Riprendendo l’esempio di difficoltà all’invio esposto nel precedente paragrafo, un insight in quel caso potrebbe portare a considerare l’esistenza di un pregiudizio del terapeuta secondo il quale un invio equivarrebbe a non portare a termine un “compito” quando questo, secondo i suoi valori culturali famigliari, equivale magari ad un totale fallimento.

 

“Questi insight si spostano dalla descrizione di un sentimento interiore ad una descrizione che contestualizza, che da un significato relazionale alla mia esperienza soggettiva. L’Insight pone la propria esperienza Embodied nel contesto di una relazione o di una narrazione e di conseguenza si arriva a conoscere in modo un po’ più completo sé stessi come persone che provano sentimenti e che agiscono”. (Hardham, 1996).

 

Mano a mano che riflettiamo sulla nostra esperienza nelle relazioni sviluppiamo più e più insight. Gradualmente definiamo i nostri confini personali e arriviamo a vedere noi stessi come persone che si autodefiniscono con capacità di scelta e di azione. Riflettere sulle mie resistenze ad inviare il paziente, riconducendole anche a pregiudizi che hanno origine nei valori famigliari che mi sono stati passati, mi permette di scegliere se aderirvi o no.

In questo modo arriviamo quindi a vedere noi stessi come autori embodied delle nostre proprie storie di vita. Non siamo più inconsapevolmente embedded in una rete di narrative personali.

Questo processo di autodefinizione o self embodiment è un processo continuo di evoluzione (o coindividuazione). Abbiamo una autoconsapevolezza che si evolve e sperimentiamo noi stessi come sé che provano emozioni e agiscono (feeling, acting self). Se ci concentriamo sulla natura embodied della nostra esistenza noteremo cose come l’autonomia, l’indipendenza, l’etica personale, l’autoresponsabilità, e le emozioni (feelings).

Gli Insight sono vitali per i terapeuti. Tuttavia, cosa ugualmente importante, non è tutto qui. L’insight da solo non rende visibile l’intera big picture; abbiamo anche  bisogno degli outsight, l’altro punto di vista. L’insight e l’outsight sono due diversi modi di pensare della posizione terapeutica e, quindi, al ruolo del terapeuta nella relazione..

 

3.2.3   Sia Embedded che Embodied

 

Da quanto osservato sembra che la letteratura sistemica in passato avesse poco considerato l’embeddedness e l’embodiedness.

La teoria sistemica ci ha sempre aiutato ad analizzare noi stessi in un contesto, in relazione agli altri, permettendoci così di vedere come siamo interconnessi, quali limitazioni abbiamo, come ci influenziamo reciprocamente, e come siamo definiti dal nostro contesto; pur facendo questo però in passato non ci aiutava a dipingere noi stessi nella Big Picture come persone embodied che si relazionano attivamente e intenzionalmente.

È diventato un assioma nell’ambito della teoria sistemica riconoscere che il terapeuta non può essere un osservatore totalmente esterno; il terapeuta è dentro la relazione terapeutica e nel sistema culturale più ampio.

Con l’accettazione degli ideali post-moderni e costruttivisti che affermano che ci sono tante realtà valide quanti individui, il terapeuta è stato poi incoraggiato a diventare un osservatore dalle varie prospettive possibili; per un breve periodo questa idea sembrava quasi spingerci a dover essere sensibili a una molteplicità di realtà, mettendo da parte noi stessi.

È a questo punto che Vivien Hardham ha individuato la vera contraddizione nella richiesta che sembrava esserci mossa dalla teoria sistemica; individui che sono per loro stessa natura sia embedded che embodied non possono essere ovunque! “Noi non possiamo “scivolare in giro”, prendere infinite prospettive e vedere infinite realtà; l’embodied, che è parte di noi stessi, si porta con sé le limitazioni alla nostra abilità di essere multiparte, curiosi o neutrali” (Hardham, 1996).

Questa empasse teorica sembra in realtà essere stata risolta anche dalla concettualizzazione di “neutralità” che Cecchin fece considerandola non un rinnegare il proprio di vista, quanto piuttosto un flirtare con i diversi punti di vista che emergono in terapia, spinti in questo dalla curiosità e dall’irriverenza squisitamente embodied per ciascuno di loro.

Nel suo posizionare se stesso alternativamente da un punto di vista all’altro, Cecchin manteneva la propria neutralità, irriverentemente curioso del perché le persone la pensassero in un modo piuttosto che in un altro, del perché magari la pensassero diversamente da come, in quella situazione, l’avrebbe pensata lui. In questo modo riusciva a fare convivere il proprio embedded ed embodied, accettando ed ammettendo in terapia il proprio personale punto di vista e quindi, paradossalmente, il limite della propria curiosità.

Andremo ora ad approfondire meglio questi ultimi concetti, ossia come il sé del terapeuta – costituito dal suo embedded e dal suo embodied – sia fondante nel suo modo di interpretare la realtà che lo circonda, e quindi anche la relazione terapeutica nella quale si trova ad operare.

 

3.2.4    La Felt Reality del terapeuta: la sua espressione, il suo potere di posizionamento e il limite alla curiosità

 

Ma in cosa consiste esattamente il nostro “essere embodied”? In che modo si realizza, limita la nostra possibilità di essere completamente multiparte, svincolati da qualsiasi pregiudizio, e in che modo si rende visibile nella relazione terapeutica? Vivien Hardham (1996), riflettendo su questo si concentra sul modo in cui la realtà sentita del terapeuta (e di chiunque altro) si costruisce.

La Realtà Sentita (Felt Reality) del terapeuta, così com’è intesa dalla Hardham, sembra costituita sia dalle emozioni “pre-riflessive” (pre-reflective feelings) – non sopporto questo paziente –  che dalle riflessioni cognitive e razionali, principalmente basate sul linguaggio (language-based reflections) – questo paziente mi provoca, mette in discussione la mia competenza e la mia professionalità.

 

Detto questo, va ulteriormente chiarito come i significati o le riflessioni non siano soli nel costituire la nostra realtà sentita; noi non siamo dei “cogiti non-embodied” (Benhabib, 1992), noi abbiamo sentimenti e reazioni con un corpo che partecipano in modo ricorsivo alla costruzione dinamica della nostra realtà sentita. Comprendere la nostra realtà sentita a conti fatti significa comprendere il legame tra i nostri  embeddedness e embodiedness. Spieghiamo meglio questo ulteriore passaggio.

 

Le nostre emozioni o realtà sentite possono essere comprese solo nel momento in cui siamo in relazione. Riesco cioè a dar un senso alla mia realtà sentita nel contesto di una particolare relazione terapeutica. I miei sentimenti sono inestricabilmente embedded tra di loro. La mia felt reality è il modo più immediato in cui io sono embedded nella relazione ma essa, contemporaneamente, può anche essere il modo più significativo in cui sono embodied. Quando soffro, desidero, o temo qualcosa, faccio esperienza di me stesso come di un essere unico e separato. La mia realtà sentita mi definisce (almeno a me stesso) come vivo e unico.

Per dare senso sistemico alla nostra felt reality  abbiamo bisogno di analizzare il modo in cui costruzioni culturali, sociali, relazionali e teoretiche danno forma alla nostra esperienza individuale, e il modo in cui la nostra realtà sentita dà forma alle nostre relazioni e alla nostra pratica. La nostra realtà sentita, in quanto formata dalle nostre reazioni pre-riflessive e dalle nostre riflessioni razionali e teoretiche (anche se “dimenticate”), è ciò che è in atto nel processo di terapia. L’espressione della nostra realtà sentita è l’uso del sé in relazione.

Concentrandoci quindi sull’idea che l’espressione della propria  Felt Reality è l’uso del sé in terapia – proprio perché in essa convivono e si esprimono l’ embediness e l’ embodiness –  l’empatia potrebbe quindi essere intesa come l’espressione o messa in atto della nostra felt reality al suo evolvere dinamicamente all’interno della relazione terapeutica.

 

Considerando ora la seconda domanda che ci eravamo posti all’inizio del paragrafo, ossia, come il nostro embodiness si rende visibile nella terapia, dopo avere compreso il suo inestricabile legame con l’embeddedness e il fatto che, la nostra felt reality è il modo più diretto in cui noi siamo sia l’uno che l’altro, va detto che la sua espressione nella terapia passa principalmente attraverso il canale della comunicazione analogica.

Come Boscolo (dialogo in laboratorio, Sidney, 1993) e Gibney (1994) ci ricordano, la comunicazione analogica non può essere negata e con essa, quindi, non possono essere negate né la Felt Reality né l’empatia.

 

La Hardham, proprio riflettendo sull’espressione della propria felt reality e quindi sull’uso del sé del terapeuta nella relazione, porta ad esempio il caso in cui il terapeuta, vedendo un bambino apparentemente rifiutato, si acciglia (face drops); la Hardham osserva come nella memoria dei membri della famiglia che ha notato la “face drops” del terapeuta, essa resterà così; nessuna parola, nessun reframing, nessun cambiamento di opinione dopo una riflessione potrà disfare quella comunicazione. Il terapeuta è visibile nella relazione terapeutica come una persona embodied. I membri della famiglia si creeranno la loro immagine di lui. Loro lo avranno “embodied”(dato corpo), lo avranno localizzato nelle reti di significato e interazione che costituiscono e costruiscono quella relazione terapeutica. Lo avranno posizionato.

Ogni uso del sé, sia esso fatto con o senza intenzione, è un’espressione della nostra felt reality. Ogni azione, o non azione, dà corpo (embodies) in modo efficace e ci posiziona all’interno della relazione terapeutica.

 

Sebbene non espresse in questi termini, anche Andolphi e Angelo (1988), Haber (1990), e Real (1990) descrivono come possiamo scegliere di mettere in atto la nostra realtà sentita (ad es. usare noi stessi), e tutti si riferiscono al terapeuta come colui che si “posiziona” in relazione.

Andolphi e Angelo (1988) [15]scrivono:

“il terapeuta si posiziona continuamente ad un polo di vari triangoli” (p. 241).

Haber (1990) [16]dice:

La consapevolezza della posizione del terapeuta, del suo ruolo e della sua esperienza interna dà informazioni che possono aiutare il terapeuta ad agire in un modo più congruente, flessibile e creativo (p. 377).

Real (1990) [17]descrive “il posizionamento sistemico, l’ingaggio multiplo”, come un atto di posizionamento di se stessi:

“…di fronte alle varie e contrastanti correnti di questo sistema, alle sue molteplici realtà e cose da trattare e risolvere, in modo che si promuova la conversazione che cura” .

 

La Hardham arriva poi a considerare e vedere ogni cosa che facciamo come posizionante. “Positioning” è un termine relazionale attivo. In quanto terapeuti, noi siamo “posizionati” o “abbiamo una posizione” in relazione a temi morali o credi politici” (Hardham, 1996). Ad esempio, “One-up (or down) ness” (l’essere su o giù) si riferisce a un posizionamento strategico. La nostra vicinanza (o distanza) emotiva è riflessa nel nostro orientamento fisico. Tutte queste possono essere posizioni relativamente fisse o possono essere in un processo di flusso dinamico. Possiamo scegliere le nostre posizioni, o possiamo scoprire di essere stati posizionati da altri.

Nell’esempio della face drops, ho probabilmente descritto un’espressione non intenzionale della felt reality del terapeuta, un uso non intenzionale del sé. Tuttavia, ciò lo ha posizionato efficacemente nella relazione terapeutica. Ha limitato la sua capacità di variare il suo stile pur relazionandosi in modo congruente. In molti modi ha limitato la sua manovrabilità.

La sua realtà sentita, che condiziona la sua costruzione di significati nella relazione terapeutica in atto, probabilmente è stata formata dalla sua esperienza precedente e dalla sua costruzione di significato e valore in molti contesti. L’espressione di questa sua realtà sentita ha poi ulteriormente formato  e condizionato la relazione terapeutica.

Così, che scelta può fare il terapeuta  quando la sua face drops, inevitabilmente ed al di fuori del suo controllo? Egli può poi posizionarsi volontariamente in modo da potere essere curioso e rispettoso e allo stesso tempo congruente con i suoi propri valori e realtà sentita così espressa? Come anticipato la risposta è sì, ma la sua curiosità non è più illimitata.

 

3.2.5    Self embodiment nel contesto e responsabilità terapeutica: comprendendo l’uso del sé sistemico

 

La Hardham (1996), coerentemente con la propria concettualizzazione di felt reality e embodied/embedded, osserva quindi come per tutti noi, il posizionamento è in qualche modo inevitabile. L’uso del sé del terapeuta quindi, ancora una volta, è strumento irrinunciabile nell’azione terapeutica.

 

Nell’accettazione di questo assunto esiste tuttavia il rischio di sviluppare tendenze a posizionarsi troppo – e passivamente –  o a rifiutare il posizionamento in toto, di nuovo coinvolti nella dialettica tra appartenenza e autonomia. Alcune circostanze evocano infatti un sentimento così forte che l’opportunità di riflettere non accede a noi nonostante ne necessitiamo molto. L’espressione, la messa in atto della nostra felt reality corre il rischio, in un primo caso, di essere guidata solo dall’aspetto emotivo, e di non prendere in considerazione alcuna big picture e il significato che la sua messa in atto potrebbe assumere; restando incollati alla reattività, la nostra terapia resta certamente umana e di risposta, ma porta al rischio di agire in modo non appropriato o irresponsabile. Il rischio è quindi quello di essere risucchiati in un “buco nero di empatia”. Viceversa, nello sforzo di evitare un posizionamento che riteniamo giudicante e di nessun aiuto, il tentativo di distaccarci dai nostri valori e dalla nostra felt reality (alcuni vedono ciò come neutralità) ci porterebbe a ignorare i nostri sentimenti e il nostro embodiedness e la terapia diventerebbe tecnocratica e impersonale. La Hardham ricorda come Boscolo,  in un laboratorio a Sidney nel 1989, definì questa mancanza di coinvolgimento “circularity in the head” (circolarità nella testa).  Boscolo usò questo termine (accompagnandolo con dei movimenti circolari delle mani accanto alla testa) e lo contrappose alla circolarità che unisce il terapeuta alla famiglia. In modo interessante, Boscolo indicò questo muovendo le mani in modo circolare tra il suo stomaco (a livello dei visceri) e la famiglia immaginata.

Senza questa circolarità quindi il terapeuta testerebbe semplicemente ipotesi statiche, niente starebbe co-evolvendo, non sarebbe in ingaggio in terapia. I membri della famiglia darebbero un senso a modo loro a questa mancanza di ingaggio/impegno umano. Ancora, essi lo posizionerebbero in un modo che sarebbe fuori dal suo controllo. Per evitare entrambe queste possibilità non terapeutiche, il terapeuta può esprimere la propria realtà sentita in modo strategico, o con consapevolezza dei significati, all’interno delle sue reazioni e azioni.

“Se ho una comprensione insightfull o outsightfull del mio senso del sé e della mia felt reality al suo evolvere in questa relazione, avrò una capacità maggiore di usare me stessa in modo intenzionale” (Hardham, 1996).

 

Una maggiore conoscenza della propria felt reality è quindi fondamentale per un suo utilizzo intenzionale, atto questo irrinunciabile in considerazione del fatto che il posizionamento è in qualche modo inevitabile. Questa riflessione ci porta a osservare nuovamente il contesto terapeutico attraverso la lente della big picture e del nostro essere embediness, e ad ammettere pertanto che posso avere poco o nessun controllo sopra alcuni fattori che creano il contesto.

Il contesto, infatti, è costituito da una molteplicità di fattori, molti dei quali seppur invisibili al paziente e al terapeuta (come ad esempio le rispettive famiglie d’origine), sono tuttavia da loro ipotizzati e dotati di senso e significato sull’onda degli indizi offerti dai fattori visibili e dai pregiudizi personali. Sia i fattori visibili che i fattori invisibili di contesto partecipano a definire il terapeuta ai pazienti, e viceversa (Jones, 2007). In questo processo il terapeuta non può essere solo una “persona” per i suoi pazienti, e si posiziona, volente o nolente, conseguentemente al contesto in cui è inserito. Se, ad esempio, lo status da esperto può essere un fattore di contesto posizionante che il terapeuta facilmente non sceglierebbe di cambiare, questo stesso status definirà però ulteriormente anche ogni sua espressione della propria felt reality;  il significato di una sua eventuale “face drops” per la famiglia dipenderà quindi anche da quanto forte il contesto lo abbia definito, ad esempio, come un esperto nell’ “aver cura correttamente dei propri figli”.

Questo focus sul nostro essere embediness nel contesto più ampio, può portarci a vedere noi stessi come determinati o definiti dai nostri contesti. E’ utile (e rinfrancante!) in tal senso spostare poi il focus a noi stessi come persone embodied (a cui è dato un corpo, una fisicità). Attraverso questa lente possiamo vedere la nostra creatività, la nostra flessibilità, e la nostra abilità ad influenzare i modi in cui possiamo essere visti o posizionati come scelte proattive.

 

La Hardham (1996) definisce self-embodiment il processo attraverso cui il terapeuta esprime intenzionalmente la propria felt reality, posizionando se stesso, con la consapevolezza dei significati relazionali che questo crea nella relazione/contesto terapeutico.

 

A fianco della consapevolezza della propria felt reality, diventa quindi fondamentale (e molto sistemica!) la consapevolezza del contesto relazionale; questa ultima permette al terapeuta di vedere precisamente che tipo di libertà avrà per essere creativo e curioso.

La Hardham osserva infatti come nella professione ci si possa confrontare con situazioni in cui i nostri valori personali e/o le nostre responsabilità socio-culturali sono fortemente sfidate (ad es. abuso infantile o violenza domestica). In questi casi il nostro contesto e la nostra felt reality sembrano chiederci a gran voce di definire la nostra posizione chiaramente ed esplicitamente – per dire, “ io sto qui”, e limitare la nostra curiosità. Ciò limita lo spazio in cui possiamo essere terapeutici. Alcune situazioni o contesti lavorativi (ad es. protezione infantile con abuso grave su minori) possono limitare lo spazio terapeutico in modo così marcato che solo il controllo sociale rimane possibile.

Dire o mettere in atto “io sto qui” significa in questi casi esprimere la propria etica personale. Questa è l’affermazione o azione di una persona concreta embodied che può attivamente trovare una collocazione o posizionarsi in relazione al contesto più ampio in cui essa è embedded.  Naturalmente i terapeuti devono considerare sia il proprio embodiedness che il proprio embeddedness mentre esprimono la propria etica personale; solo in questo modo renderanno questo atto un uso del sé che permette di posizionarsi eticamente, evitando parallelamente di essere posizionati nonostante loro stessi.

Il self embodiment in questo senso non deve divenire un rigida definizione di se stessi come “nella ragione” e tutti gli altri come “nel torto”; mantenere la lente di osservazione sulla Big Picture –e quindi sul significato attribuito al nostro self embodiment– in questo caso aiuta a impedire la creazione di una dicotomia di non cambio.

La Hardham conclude notando che possiamo essere terapeutici solo dove abbiamo flessibilità e mobilità nel posizionamento. Da qualche parte tra la auto-definizione rigida (fissante la nostra posizione in concreto) e l’ambigua sfuggevolezza (rifiuto di riconoscere la nostra embeddedness) troviamo la manipolazione (leverage) terapeutica e la responsabilità terapeutica.

Anche Cecchin (1987)[18]  a tal riguardo scriveva: “La responsabilità terapeutica inizia col vedere la propria posizione nel sistema. Molte volte ciò significa semplicemente riconoscere che poco potere si ha e, allo stesso tempo, mantenere il rispetto verso il sistema”. Riconoscere che poco potere possiamo avere significa riconoscere che poca capacità io ho di mobilità nel posizionamento. Cecchin nota che questa è una capacità  limitata. E’ limitata dal modo in cui il contesto definisce la mia posizione e dal modo in cui la mia felt reality  limita la mia creatività o flessibilità e fissa la mia posizione.

Noi continuiamo, ottimisticamente, a cercare di essere influenti (o potenti) terapeuticamente. Essere influenti terapeuticamente significa essere bravi ad influenzare il contesto. Per fare questo abbiamo bisogno di creare contesti in cui abbiamo la manovrabilità massima. Per questo abbiamo bisogno di una buona comprensione di noi stessi come embedded nel contesto più ampio e nella relazione terapeutica. Abbiamo bisogno di impegnarci in modo curioso e rispettoso con le persone e i loro significati, e di riconoscere noi stessi, le nostre azioni e felt realities, come visibili e influenti (embodied) nella relazione terapeutica. Per essere efficace su ogni cliente, coppia, o famiglia con cui lavoriamo, necessitiamo immaginazione, giocosità, persino “irriverenza” (Cecchin, Lane, & Ray, 1993)[19]. La responsabilità terapeutica richiede una consapevolezza di come il contesto che noi creiamo con le nostre azioni, il nostro self embodiment, s’accorda con il contesto più ampio.

 

Concludendo, la Hardham osserva come il terapeuta arriva quindi ad essere posizionato sia dalla sua realtà sentita che dal contesto più ampio della terapia: il posizionamento nella relazione terapeutica è pertanto un processo ricorsivo in cui il terapeuta posiziona ed è posizionato dalla propria felt reality, e il contesto più ampio modella sia gli aspetti dell’embodied che dell’embedded della posizione del terapeuta.

 

Questa ultima riflessione aiuta a comprendere meglio la citazione di Boscolo che la Hardham riporta: un buon terapeuta è uno “che ha molti modi di mettersi in relazione (dialogo ad un laboratorio a Sidney nel 1993).

 

Nel prossimo paragrafo saranno osservati i diversi sé del terapeuta -visibili e invisibili- nella relazione terapeutica, secondo una classificazione proposta da Elsa Jones (2007): essi, come aspetti dell’embeddedness e dell’embodiness del terapeuta, sono fattori determinanti nel posizionamento nella relazione terapeutica, e quindi strumenti preziosi per un utilizzo più consapevole e terapeutico del proprio sé e, quindi, del processo di self embodiment. .

 

 

 


3.3 Self Embodiment tra  fattori visibili e invisibili di contesto: i sé del terapeuta e del paziente

 

Elsa Jones (2007), rifacendosi al concetto di “positioning” coniato da Vivien Hardham, propone una classificazione dei diversi sé che terapeuta e paziente portano con loro nella stanza di terapia e che co-partecipano appunto al posizionamento.

Questi diversi sé, secondo la Jones -in accordo con quanto proposto dalla Hardham- possono essere più o meno visibili e sono riconducibili in parte all’espressione -consapevole o non consapevole- della propria felt reality, in parte al posizionamento che terapeuta e paziente “subiscono” dal contesto nel quale sono inseriti e dai pregiudizi che, inevitabilmente, ciascuno porta con sé rispetto al ruolo e all’identità dell’altro.

 

La Jones considera essenziale che il terapeuta sviluppi consapevolezza sia rispetto ai propri pregiudizi – che possono portarlo a “vedere” alcuni aspetti del cliente in un determinato modo piuttosto che in un altro –  sia rispetto alla propria effettiva visibilità, che se non compresa appieno porta un proprio posizionamento suo malgrado e al di fuori da ogni controllo.

 

Come già anticipato nei precedenti paragrafi, la Jones ricorda che le assunzioni e le attribuzioni che cliente e terapeuta fanno rispetto all’identità e al ruolo l’uno dell’altro, condizionano la relazione in ogni suo momento, influenzando le distanze e le vicinanze, la visibilità e l’invisibilità, l’attenzione e la curiosità, la risonanza emotiva e l’interpretazione dell’intero sistema cliente/terapeuta; “in tale complessità la parte del sistema costruttore di significato nella terapia cui il terapista ha più accesso è il proprio sé stesso”. Elsa Jones (2007)

 

Tale accesso permetterebbe, secondo la Jones, non solo di conoscere e valutare la propria position nel sistema, e con essa la sua terapeuticità o responsabilità nell’eventuale stato di empasse, ma anche di modificarla. In tal senso un posizionamento che contribuisce ad una non-terapeuticità della relazione terapeutica è definita dalla Jones “dis-position” e, attraverso un gioco di parole possibile anche in lingua italiana, la modificazione della stessa per un utilizzo più efficace del proprio sé terapeutico è da lei definita “dis-positioning”, dis-posizionamento.

L’autrice, nella suddivisione che fa del sé in “sé in visibili ed invisibili”, ricorda pertanto l’importanza del tenere sempre presenti le molteplici sfaccettature del proprio sé globale, al fine di controllare meglio il conseguente posizionamento che fanno di noi i pazienti e quello che, necessariamente, è originato dalla nostra felt reality e dalla sua espressione.

 

Secondo la Jones, quindi, i sé visibili, ossia tutto ciò che terapeuta e paziente vedono, inevitabilmente l’uno dell’altro sono:

N

 

 

·      età

·      genere

·      eticità

·      cultura

·      presentazione

·      classe

·      posto di lavoro

·        famiglia d’origine

·      ruoli

·      le sessualità

·      dis/abilità

Questi ultimi due aspetti del sé possono essere anche non visibili

 

Tutti questi aspetti sono naturalmente condizionati e significati, come già ribadito, dai pregiudizi che ciascuno dei due porta con sé.

 

L’abilità terapeutica starà quindi in una doppia azione di  “dis-positioning”: prima di tutto sarà necessario chiedersi attraverso quali pregiudizi noi stiamo considerando questi aspetti del sé nel cliente e in che modo le interpretazioni conseguenti condizioneranno la relazione; in secondo luogo dovremo considerare tutti questi aspetti del nostro sé e chiederci in che modo essi potranno essere visti e considerati dal cliente che abbiamo davanti di volta in volta. Anche la Hardham, come già ricordato, considerava che noi possiamo essere terapeutici solo dove riusciamo a conservare flessibilità e mobilità nel posizionamento. Da qualche parte tra la auto-definizione rigida (fissante la nostra posizione in concreto) e l’ambigua sfuggevolezza (rifiuto di riconoscere la nostra completa embeddedness) troviamo la manipolazione (leverage) terapeutica e la responsabilità terapeutica, la stessa che Cecchin ricordava di tenere presente, descrivendola come la capacità di vedere la propria posizione nel sistema, anche nei casi in cui ciò significa semplicemente riconoscere che poco potere si ha: “ Se la terapia è buona o no,  non dipende dal contesto che ti crei intorno …. In terapia, lavori per creare un contesto in cui qualsiasi cosa tu faccia diventi efficace (Cecchin, in Campbell & Draper, 1985) .

 

Riflettendo rispetto alla “visibilità” del terapeuta , ad oggi non posso che considerare quanto essa sia determinante nella costruzione della relazione. In tal senso riporto come esempio il primo colloquio di una terapia famigliare che vidi all’interno di un contesto di formazione da dietro lo specchio unidirezionale; si trattava di una famiglia composta da padre, madre e figlio di 22 anni. Il ragazzo mostrava chiari sintomi psicotici, per quanto l’aspetto delirante non fosse esplicitato chiaramente. Al di là dell’abilità nel portare avanti una conversazione con la famiglia senza “posizionarsi” definendo aprioristicamente dove fosse “la sanità” o la “follia” nella famiglia ma continuando a mostrare curiosità ed irriverenza nei confronti di tutti i membri, mi sorprese la tranquillità con cui l’esperto terapeuta che conduceva l’incontro rimaneva seduto di fronte a quel ragazzo che, come sintomo più disadattivo ed allarmante portava numerose crisi pantoclastiche, nel corso delle quali distruggeva cose e picchiava i genitori.

Io e gli altri psicologi in formazione che seguivamo l’incontro da dietro lo specchio ci chiedevamo in che modo avremmo gestito il naturale timore che un paziente potenzialmente pericoloso per la nostra incolumità ci avrebbe suscitato. Riflettemmo sull’importanza di evitare posizioni di simmetrica con lui, evidentemente alla base dell’escalation di violenza, e sulla difficoltà di non cadervi, naturalmente provocati dall’atteggiamento sfidante del ragazzo nonché dal suo inesistente senso di intimità che lo portava ad esplicitare con candore contenuti certamente molto dolorosi per i genitori presenti. Il terapeuta tuttavia era riuscito a mantenere con il ragazzo una posizione complementare in cui la saggezza e comprensione della sua sofferenza non andavano a sfidare in alcun modo il bisogno del ragazzo di negare il proprio disagio e di mantenersi in un ruolo di isolata onnipotenza e autosufficienza.

Una collega mi fece notare quanto, oltre al contesto di lavoro che definiva il terapeuta come parte di una numerosa equipe presente dietro lo specchio, anche “l’aspetto dell’anziano terapeuta” contribuisse ad allontanare la simmetria da quella relazione, permettendogli di “sfidare” le realtà e le convinzioni del giovane pur senza porsi in una effettiva posizione di sfida: il terapeuta in effetti si presentava come “un nonno buono”, sia nell’aspetto esteriore che nei modi. Avendolo visto in terapia in altre occasioni ci eravamo ben resi conto che questo stile, particolarmente dolce ed accogliente che esplicitava la preoccupazione per un ragazzo che sembrava non seguire il modello tipico dei coetanei, era assolutamente parte di una modalità particolare e specifica con cui lui aveva scelto in quel caso di mettersi in relazione. Un “nonno buono” difficilmente avrebbe fatto sentire il ragazzo minacciato; in questo modo il giovane aveva potuto ascoltare la propria storia, narratagli dal terapeuta, cogliendone nuovi aspetti e connettendone le diverse parti. Quel terapeuta ci aveva mostrato chiaramente quanto asseriva Boscolo, ossia che  un buon terapeuta è uno che ha molti modi di mettersi in relazione. Parallelamente tuttavia avevo riflettuto anche su quanto il suo aspetto fisico lo avesse facilitato nell’assunzione di questo ruolo; io non avrei mai potuto fare la nonna buona! Il mio essere una donna di 32 anni me lo avrebbe impedito. Cominciai così a pensare a quale “modo di relazionarmi”, coerente con il mio aspetto, avrei potuto utilizzare in un caso simile per evitare la simmetria; in che modo avrei potuto “posizionarmi” terapeuticamente? Come avrei potuto utilizzare i miei sé visibili per dare forza e coerenza all’intenzione di non porsi in una posizione di simmetria? Questo ragazzo dichiarava di odiare le donne… in effetti era stato da loro rifiutato e, probabilmente, terrorizzato dall’idea di nuovi rifiuti aveva trovato come soluzione una ostilità che lo teneva necessariamente lontano da loro. Io, seppur più vecchia di 10 anni, rientravo nella categoria donne. Sono forse ancora abbastanza giovane da essere vista da lui come “una di quelle che lo potrebbe rifiutare” e quindi giudicare ? Inoltre la mia altezza così come il mio modo di vestirmi avrebbero potuto accentuare il suo senso di inadeguatezza? Anche la mia classe sociale, così come il ruolo professionale ed il posto di lavoro in cui questo ragazzo mi avrebbe potuta incontrare avrebbero facilmente contribuito a creare un vissuto di minaccia in lui. Io, ai suoi occhi, sarei probabilmente apparsa come la giovane donna in carriera, colta e di bell’ aspetto, che in più si trovava lì appunto per valutarne la sanità mentale o meno. Secondo la classificazione della Jones poi, per questo ragazzo una mia non “dis-abilità” sarebbe stata data per certa, ponendomi ancora di più nel ruolo di quella “pericolosa in quanto potente” , e la mia sessualità sarebbe stata un’ulteriore elemento di minaccia.

In questa sconfortante visione di come i miei sé visibili avrebbero reso ancora più difficile il già arduo compito di non cadere in una posizione di simmetria, riflettei sul fatto che, come il terapeuta del caso esposto si era presentato come “il nonno buono” piuttosto che come il potente ed esperto psicoterapeuta, forse io avrei potuto cercare di posizionarmi coerentemente con il mio aspetto, ponendomi ad esempio in un ruolo da “sorella maggiore protettiva ed affettuosa” piuttosto che in quello di giovane terapeuta in completo elegante. Questa idea ebbe l’effetto di ridarmi fiducia nella mia potenzialità terapeutica: come sorella buona forse potevo anche io evitare la simmetria e permettermi ancora di essere curiosa ed irriverente nei confronti non solo del ragazzo ma di tutti i membri della famiglia, mantenendomi così anche neutrale. Se come diceva Cecchin quel che sei in grado di vedere dipende dalla tua posizione nel sistema, il posizionare me stessa in una relazione di questo tipo mi avrebbe permesso di non essere posizionata mio malgrado, di mantenere la curiosità e dare senso ai dubbi attraverso un’irriverenza non giudicante… Cecchin, in “Irriverenza”, riporta chiaramente come il dubbio, se sentito non come un impedimento ma come uno stato di irriverenza alla realtà portata dal paziente ed al nostro modo di relazionarci a lui, diventa una risorsa. In questo senso credo di avere colto in quell’esperto ed anziano terapeuta proprio questa capacità.

 

Ritornando alla classificazione che la Jones fa, vediamo come continua la sua classificazione dei  Sé, questa volta  non visibili, del terapeuta e del cliente:

 

·

le sessualità

·                 le spiritualità

·                 i valori

·                 i pregiudizi

·                 i linguaggi

·                 le emozioni

·                    le famiglie d’origine

·                 le esperienze

·                 la curiosità

·                 il potere

 

inteso anche come il pregiudizio che il cliente porta con sé rispetto al ruolo di “guaritore” del terapeuta: questo pregiudizio non necessariamente deve essere rifiutato ma può essere utilizzato per accedere alle risorse stesse del cliente
·                 intimità intesa anche come la disponibilità del terapeuta al coinvolgimento, alla vicinanza del paziente.

 

È evidente che i sé non visibili che ciascuno di noi porta con sé, ancor più di quelli visibili, sono considerati ed interpretati a seguito dei pregiudizi personali che terapeuta e paziente hanno rispetto all’altro.

I sé visibili di ciascuna delle due parti del sistema pongono solide basi sulle quali i sé non visibili delle stesse vengono ipotizzati e sviluppati, nell’immaginario sia dei clienti che del terapeuta. La felt reality espressa inoltre contribuisce in modo preponderante a posizionare il terapeuta da parte delle famiglia, soprattutto a seguito dell’intimità cui lui sembra disposto a concedere, così come dei suoi valori, dei suoi pregiudizi, della sua spiritualità.

Il linguaggio a sua volta, parte dei sé non visibili, viene comunque ipotizzato dalle due parti, e diventa anch’esso agente di posizionamento dell’altra parte, in quanto portatore di significati, di appartenenze, di esperienze e di cultura.

 

Tutti questi sé sono non visibili ma, alla pari di quelli visibili, presenti nei nostri pregiudizi e ipotizzati istintivamente. Il terapeuta ancora una volta deve tenere ben presente in quale direzione le proprie idee pre-riflessive stanno interpretando e quindi posizionando tutte queste parti del paziente che si trova davanti, nonché considerare come quello stesso paziente potrebbe interpretare e considerare ciò che non traspare chiaramente del proprio sé ma che è, anche in questo caso, inevitabilmente immaginato.

 

 

Bibliografia

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