“C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”
L. Cohen
Quando può essere utile rivolgersi allo psicoterapeuta? Quanto bisogna stare male? E per quali problemi?
Sono domande che forse ci siamo fatti tutti, a fronte di momenti di fatica e di sofferenza, nostra o di persone vicine. Fatiche e sofferenze dalle quali, nonostante i tentativi, sembra di non riuscire a uscire.
In alcuni casi il dolore è facilmente riconducibile a fasi di vita o eventi destabilizzanti secondo l’opinione di tutti. Un lutto, una malattia, una separazione…. E qui è più facile sentirsi consigliare, o incoraggiare: “Rivolgiti allo specialista! Fatti aiutare”.
Ma succede anche che, a renderci dura la vita altro non è che il quotidiano, o impegni e relazioni che ai nostri occhi e a quelli dei più, non dovrebbero essere grossi problemi. Eppure noi soffriamo.
In entrambi i casi la psicoterapia può essere d’aiuto.
Non esiste un prontuario di gravità o intensità della nostra sofferenza. Non esistono motivi per i quali è giusto andare in terapia e altri per i quali non lo è. Esiste unicamente il nostro sentire.
Spesso a farci prendere in considerazione l’idea di rivolgerci allo specialista è la sensazione di non riuscire a fare cessare una sofferenza. O un pensiero disturbante sul passato o sul futuro che non ci abbandona quasi mai e ci impedisce di vivere il presente. Ma può essere anche una sensazione corporea sgradevole che si presenta spesso e non è correlabile a nessuna patologia organica. Oppure la tristezza, la paura o la rabbia che sentiamo troppo intense per noi, o troppo presenti nelle nostre giornate.
Tutti questi sono segnali utili che ci sussurrano di prenderci cura di noi. E che, alle volte, ci suggeriscono di chiedere aiuto.
“ll vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”
Marcel Proust
In terapia lo sguardo è volto a comprendere specificità ed origine del malessere, sia esso riconducibile alla propria storia più antica oppure emerso recentemente, a seguito di eventi per cui le risorse sviluppate nel tempo sembrano non sufficienti a reagire positivamente.
Disturbi depressivi o d’ansia, disturbo bipolare, disturbi ossessivo compulsivo o da sintomi somatici, disturbo post traumatico, disturbi dell’alimentazione, emotività percepita come troppo intensa o non tollerabile, pensieri intrusivi, etc. …, sono alcune delle reazioni patologiche agli stress e ai traumi che talora possiamo sviluppare. Sperimentate sotto forma di sintomi, esse minano il nostro benessere, allontanandoci ancor di più dalla risoluzione positiva del problema.
Nel trattamento la relazione terapeutica costituisce uno spazio prezioso, in cui è possibile concedersi nuove prospettive di osservazione di sé, della propria storia e dei propri sogni, delle persone e degli eventi importanti della vita.
La terapia diventa un laboratorio in cui ciascuno impara ad osservare il proprio funzionamento con uno sguardo non giudicante, volto al cambiamento o, se necessario, all’accettazione. In seduta, spesso per la prima volta, emerge come anche gli aspetti di noi che paiono i più indesiderabili, nascondano utilità impercettibili cui si può far fatica a rinunciare. Aspetti che, non di rado, ci rendono così difficile il cambiamento, per quanto esso possa essere desiderato.
Aristotele diceva che “conoscere se stessi è l’inizio di ogni saggezza”. In psicoterapia, grazie a una crescita delle proprie consapevolezze, si possono attivare risorse che non sapevamo di avere o che avevamo smesso di usare. Altrettanto spesso se ne sviluppano di nuove. Tutte utili a creare il cambiamento che si sente necessario.
“La vita è quel qualcosa che ti capita tra un progetto e l’altro che ti eri fatto”
John Lennon
A inizio percorso paziente e terapeuta devono definire come lavorare in modo sostenibile sul problema che ha portato al loro incontro. Le dimensioni che vanno a connotare il setting terapeutico sono molteplici: si va dalle persone che possono partecipare alle sedute, alla frequenza delle stesse, alla durata ipotetica della psicoterapia.
Con chi vado in psicoterapia?
Non ci sono limiti rispetto alle persone che si può scegliere di coinvolgere nel percorso. Le persone importanti della propria vita come partner, amici, famigliari, persino colleghi, possono essere invitate come testimoni esterni che portano un ulteriore punto di vista.
Generalmente le sedute si svolgono individualmente laddove il lavoro è orientato su difficoltà e sofferenze riconducibili in gran parte al proprio funzionamento o a un contesto difficilmente modificabile. Ma può essere utile anche allargare stabilmente lo spazio di terapia al partner o alla famiglia se le dinamiche relazionali sono il centro del nucleo di sofferenza e il proprio sistema di affetti appare una buona risorsa nel cambiamento.
Sia in individuale, sia in coppia o famiglia, il lavoro terapeutico si sviluppa all’interno di modelli validati dalla letteratura clinica internazionale e, se utile e concordato tra terapeuta e paziente, avviene in sinergia con l’intervento di altre professionalità: medico di medicina generale, psichiatra, medico internista, ecc..
Quanto spesso?
La sostenibilità del lavoro terapeutico è essenziale. Per questo anche la frequenza delle sedute si struttura in accordo tra terapeuta e paziente. Essa è organizzata soprattutto sul bisogno specifico del momento, variando in relazione alla fase della terapia, intensificando o dilazionando gli incontri. Facilmente in una prima fase o nei momenti di forte sofferenza la frequenza è settimanale, per poi diradarsi progressivamente.
Per quanto tempo?
La durata di un percorso terapeutico è spesso un tema “scottante”: il timore diffuso è quello di iniziare percorsi infiniti senza limiti né garanzie.
In effetti il tempo necessario al cambiamento è difficilmente definibile a inizio percorso: molto dipende dal progetto terapeutico che si concorda e dagli obiettivi della persona. Spesso i protocolli internazionali, cui naturalmente mi riferisco nei mio lavoro, definiscono dei tempi di massima per il trattamento dei diversi disturbi psichici. Nella realtà delle cose, il progetto terapeutico tende a mutare con le nostre prospettive e, non di rado, gli obiettivi iniziali si specificano durante il trattamento. Non è così insolito che semplici consulenze si amplino in lavori più approfonditi, così come situazioni che potrebbero sembrare molto complesse e di lunga gettata, si risolvano in brevi percorsi di poche sedute.
Per non incorrere nel rischio della terapia infinita e senza un focus, è mia abitudine proporre in seduta momenti di riflessione proprio sugli obiettivi dati: sono ancora validi? Stiamo lavorando su di essi? Si sono modificati durante il lavoro fatto fino ad ora? Siamo d’accordo entrambi a perseguirli nel loro mutare? Il lavoro fatto fino ad oggi è stato utile?
In questa continua verifica in itinere si sviluppa il lavoro terapeutico che, come la vita, spesso cambia sotti i nostri occhi.
(Link: “approfondisci come lavoro: il mio MODELLO TERAPEUTICO”)