Trauma

Utilizzo, per spiegare che cosa sia un trauma e in che modo esso possa portare a psicopatologia, quanto riportato dal sito di AISTED (https://www.aisted.it/trauma ), Associazione Italiana Studio Trauma E Dissociazione; associazione di cui faccio parte, AIESTED è ad oggi tra i massimi esperti in questo ambito a livello italiano, collegata a EST, associazione Europea per lo studio del Trauma.

 COS’È UN TRAUMA? COSA INTENDIAMO PER TRAUMA PSICOLOGICO?

“La nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci «ricordati che devi morire», meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia.”

Primo Levi

Nella storia della psicopatologia sono state date numerose definizioni di trauma psicologico e lo stesso studio del trauma e delle sue conseguenze psichiche è stato oggetto di continua ricerca, proprio nel tentativo di riformulare e ridefinire le categorie diagnostiche e i sintomi riconducibili ad eventi avversi. In generale possiamo definire il trauma psicologico, come la conseguenza di un evento fortemente negativo e minaccioso per la vita, che genera una “frattura” emotiva nell’individuo e/o nella comunità che lo vive, tale da minare il senso di stabilità, di sicurezza, di identità e di continuità fisica e psichica della persona o delle persone che si sono trovate ad affrontarlo.

Il Manuale Diagnostico del Disturbi mentali (DSM V) descrive il trauma così:

“La sofferenza psicologica che segue l’esposizione ad un evento traumatico o stressante è molto variabile. E’ chiaro tuttavia che molti individui che sono stati esposti mostrano un fenotipo in cui, piuttosto che sintomi basati sull’ansia o sulla paura, le caratteristiche cliniche più evidenti sono: sintomi anedonici e disforici, sintomi di rabbia e aggressività esternalizzate o sintomi dissociativi. I disturbi emotivi conseguenti al trauma portano quindi ad una VARIABILITA’ DI  MANIFESTAZIONI che vengono raggruppati in una categoria specifica:: Disturbi correlati ad eventi traumatici e stressanti.”

In particolare, nel Disturbo da stress Post Traumatico, la condizione di trauma psicologico – inteso come causa dei sintomi post traumatici – viene definita come: un evento che espone la persona a morte o ad una minaccia di morte, grave lesione oppure violenza sessuale in uno o più dei seguenti modi: 

1) fare esperienza diretta dell’evento

2) assistere a un evento traumatico accaduto ad altri

3) venire a conoscenza di un evento traumatico accaduto a un membro della famiglia oppure a un amico stretto. In caso di morte o minaccia di morte, l’evento deve essere stato di natura accidentale o violenta;

4) fare esperienza di una ripetuta o estrema esposizione a dettagli crudi dell’eventi traumatico (es: primi soccorritori che raccolgono resti umani, agenti di polizia ripetutamente esposti a dettagli sugli abusi dei minori,…)

Rientrano in questa categoria: abuso sessuale, aggressione, lutto, incidente, malattia, calamità naturali.

Non tutti gli eventi negativi sono traumatici e non tutti gli eventi traumatici generano sintomi post-traumatici e sofferenza psicologica intensa. Tuttavia quando alcuni eventi espongono l’individuo alla minaccia di vita, si possono innescare delle risposte fisiologiche di difesa che restano attive più del necessario e lasciano l’individuo “bloccato” nel tempo del trauma e “costretto” a riviverne le sensazioni, le emozioni e i pensieri, fino a perdere talora il contatto con il presente. Qui può avvenire la “frattura” dell’identità, l’interruzione della narrazione di sè tra passato presente e futuro.

 

COME RICONOSCERE I SINTOMI DI DSPT?

I sintomi del DSPT riguardano soprattutto l’evento singolo vissuto e sono il risultato dell’impossibilità della mente di elaborare il ricordo in modo funzionale e collocarlo nella memoria semantica e autobiografica. Il risultato è che molti frammenti del ricordo non sono integrati e continuano a riaffiorare alla mente in modo frammentato, facendo sentire la persona ancora in pericolo nel presente, quando il pericolo è ormai passato.

I 3 cluster di sintomi più frequenti riguardano:

1) sintomi di evitamento (tentativi di evitare di pensare all’evento, di rievocare elementi essenziali del ricordo, di trovarsi nel luogo dell’evento o in luoghi che lo ricordano,..)

2) sintomi intrusivi (immagini e flashback dell’evento, pensieri ricorrenti e intrusivi su evento, intensa o prolungata sofferenza psicologica all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che ricordano l’evento, marcate reazioni fisiologiche a fattori scatenanti

3) sintomi di iperarousal fisiologico (comportamento irritabile o esplosioni di rabbia, comportamento spericolato o autodistruttivo, Ipervigilanza, Esagerate risposte di allarme, Problemi di concentrazione, Difficoltà relative al sonno)

4) alterazioni negative del pensiero e delle emozioni (amnesia verso parti importanti dell’evento, Persistenti, pervasive ed esagerate convinzioni negative relative a se stessi, agli altri o al mondo, Persistenti e distorti pensieri di colpa e responsabilità verso l’evento o le conseguenze dell’evento, Marcata riduzione di interesse verso attività significative, sentimenti di distacco ed estraneità verso gli altri, Persistente incapacità a provare emozioni positive).

 

COS’É UN TRAUMA COMPLESSO?

“Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo.”

Primo Levi

 

Il trauma complesso va differenziato dal trauma di cui abbiamo parlato fino ad ora: l’esposizione ripetuta e prolungata a situazioni che minacciano la vita e/o la propria o altrui incolumità fisica, può portare a sviluppare sintomi post-traumatici di grave entità che si differenziano per intensità, pervasività e tipologia dai sintomi del Disturbo da Stress Post-Traumatico (DSPT).

Viene definito Trauma complesso (o Complex PTSD) quell’insieme di sintomi che esitano da traumi cumulativi interpersonali vissuti nel corso dello sviluppo: storie di abuso e maltrattamento ripetuto in famiglia, grave trascuratezza e abbandono, condizioni di tortura o prigionia, guerre e migrazioni forzate. Quando la persona non può sottrarsi alla minaccia per molto tempo o quando la minaccia avviene all’interno della famiglia da cui si deve continuare a dipendere per sopravvivere, la mente mette in campo strategie più intense per superare il paradosso e lo stato pervasivo di paura: si parla qui di traumatizzazione cronica e non più di singolo evento traumatico.

 

COME RICONOSCERE I SINTOMI DI UN TRAUMA COMPLESSO?

“Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo.”

Primo Levi 

 

Oltre ai sintomi tipici dello stress post traumatico legato ad un evento singolo, nel trauma complesso emergono alterazioni della coscienza e sintomi dissociativi che disorganizzano il funzionamento dell’individuo a vari livelli: biologico, fisiologico, comportamentale, relazionale e identitario. La mancanza di integrazione non riguarda dunque solo la memoria di un singolo evento traumatico e le risposte di allarme rimaste attive come nel DSPT, ma si colloca all’interno della stessa identità della persona, che risulta dunque frammentata, incoerente e imprevedibile se questi sintomi non ricevono una lettura adeguata nel contesto della sua storia di abuso e maltrattamento infantile.

La gravità dei sintomi è in genere proporzionale alla precocità con cui la persona è stata esposta ai traumi e la prognosi è estremamente legata alla possibilità di riconoscerne i segnali in tempo per strutturare un intervento clinico adeguato.

Per aiutare a comprendere cosa significhi avere vissuto un trauma complesso ma essere riusciti ad elaborarlo ed avere ripreso la propria vita integrandolo nelle proprie memorie senza che esso permei in ogni istate ogni cellula del nostro corpo e della nostra mente, amo citare Liliana Segre. La senatrice ricorda spesso Primo Levi, del quale riconosce la grande capacità di descrivere quello che entrambi definiscono “l’indescrivibile”:

“Quando ho cominciato a leggere Primo Levi mi sono resa conto di ciò che ancora non avevo capito, elaborato, e che aveva trovato le parole giuste per descrivere l’indicibile”, ha sottolineato Liliana Segre. “Il mondo aberrante del lager dove ho vissuto richiedeva un passaggio che Levi ben descrive nel suo libro dal titolo ‘La tregua’. Se uno esce di prigione dopo aver scontato una pena si immerge nuovamente nella quotidianità con un percorso di reinserimento più o meno lungo, in funzione anche della durata della pena, ma pur sempre cosciente della realtà che lo circonda. Se, per ipotesi, un lager fosse stato improvvisamente aperto dagli aguzzini per lasciare liberi i detenuti, questi non potevano pensare di ritornare a contatto con la realtà: nei lager c’era una non vita che cancellava sentimenti, annientava le menti, oltre che i corpi, disumanizzava ogni essere che pur manteneva, di umano, le fattezze. Un’uscita improvvisa dai lager poteva portare alla follia”.

Liliana Segre

 

Liliana Segre tuttavia riconosce di essere profondamente diversa da Levi: per Levi tutti i sopravvissuti dai lager erano “Sommersi”, nessuno di loro poteva dirsi “Salvato” (cit. dal libro di Levi “I sommersi e i salvati”) anche se sopravvissuto nel corpo e ritornato a casa. Purtroppo Levi, con il suo suicidio, diede corpo al proprio trauma: 

“A noi non più vivi, noi già per metà dementi nella squallida attesa del niente.”.

 

Liliana Segre ci aiuta a vedere che la salvezza è possibile, che la ricostruzione di un sé coeso, presente e consapevole avviene. Come ricorda AISTED tuttavia “la prognosi è estremamente legata alla possibilità di riconoscerne i segnali in tempo per strutturare un intervento clinico adeguato”.