“Non c’è salute senza salute mentale”

Organizzazione Mondiale della Sanità

Quando il disagio ha una diagnosi
Non c’è salute senza salute mentale. 

E’ questo il principio su cui si è basato il Piano di azione per la salute mentale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nell’ultima decade.  Il benessere mentale è infatti una componente essenziale della definizione di salute data dall’OMS: “La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità”.

Una buona salute mentale “ci consente di realizzarci, di superare le tensioni della vita di tutti i giorni, di lavorare in maniera produttiva e di contribuire alla vita della comunità”.

Erroneamente, a tutt’oggi, la salute mentale è considerata in molti contesti culturali e sociali una condizione nella quale tutti noi dovremmo trovarci naturalmente e con continuità durante tutto l’arco della vita. La malattia mentale è vista così come uno stato inaspettato, indesiderabile e non comprensibile, spesso oggetto di forte stigma e discriminazione.

Nella realtà delle cose, secondo i dati del Ministero dalla Salute, nel nostro paese una persona su quattro ogni anno ha esperienza di un problema di salute mentale. Il tema è quindi quanto mai diffuso, riguarda forse ogni famiglia, direttamente o indirettamente ognuno di noi. Conoscerlo è l¹unico modo per non lasciarsene intimorire, riconoscerlo e attivarsi nella ricerca di professionisti abilitati alla cura del disagio mentale. 

Il continuum tra salute mentale e disturbo mentale 

Ma se l’OMS ci fornisce una definizione di salute mentale, quando e in base a quali criteri possiamo pensare che il nostro stato di non completo benessere è malattia mentale? Quando il nostro malessere ha una diagnosi?

La salute mentale si muove lungo un continuum tra il sentirsi mentalmente bene e mentalmente malato. Ciascuno di noi può passare dallo stato di benessere a quello di disagio. La possibilità di perdere il benessere mentale è correlata al nostro corredo genetico, alle circostanze della vita, allo stress. 

“Il disagio mentale è dunque una condizione di sofferenza legata a difficoltà di varia natura caratterizzata da tensione, frustrazione, aggressività o tristezza, senza tuttavia che si instauri un sintomo specifico. Il disturbo mentale è, d’altro canto, la condizione vissuta dall’individuo nel momento in cui non trova risoluzione alla sofferenza posta dalla condizione di disagio, ovvero quando alla sofferenza prolungata e intensa si accompagnano alterazioni del pensiero e/o dei comportamenti con sintomi”. (ASL Rieti – Dipartimento salute mentale – Direttore Dr. R. Roberti – Progetto Stigma).

La prevalenza dei disturbi mentali. Un po’ di numeri 

All’interno di questa definizione di salute mentale, è chiaro che “una quota di disagio risulta essere una parte integrante di ogni esistenza. Tutti noi, infatti, sperimentiamo stati di preoccupazione, ansia, paura, irritazione, rabbia; tuttavia, tali stati d’animo diventano gravi quando non li si riesce a gestire perché non si hanno le risorse in grado di ricondurre costantemente all’equilibrio. È questo il momento in cui tali disagi rischiano di diventare veri e propri problemi di salute mentale.

Ma quanto sono presenti nella popolazione i disturbi psichici?

Essi hanno certamente una prevalenza più alta di quanto chiunque non si occupi di salute mentale possa immaginare

Secondo un rapporto dell’Harvard School of Public Health e del World Economic Forum, recentemente ripreso dall’Economist, tra il 2011 e il 2030 il costo delle malattie mentali in tutto il mondo sarà molto più alto di quello previsto per le patologie oncologiche, cardiovascolari, respiratorie croniche e del diabete.

Al 2020 le stime rilevavano che il 5% della popolazione mondiale in età lavorativa ha una severa malattia mentale e un ulteriore 15% è affetto da una forma più comune. Una persona su due, nel corso della vita, avrà esperienza di un problema di salute mentale.

Lo stigma della malattia mentale

Nonostante la grande diffusione dei problemi di salute mentale, non tutti i soggetti che soffrono di un disturbo mentale decidono di curarsi. 

Ancora oggi la malattia mentale è considerata da molti una manifestazione di debolezza, un disagio da vincere da soli, da nascondere, e la richiesta di aiuto a uno specialista viene percepita spesso come una sconfitta, una carenza di volontà. 

Parallelamente, in una società che tende a negare la fragilità per celebrare la performanza ad ogni costo, osserviamo spesso la messa in atto di una distanza sociale nei confronti di persone con malattie mentali. Questo disincentiva ancora di più l’individuo con sofferenza psicologica a chiedere aiuto e l’inizio della cura spesso non avviene. 

La presenza di un disturbo mentale implica frequentemente una manifestazione di profonda vergogna. Il ruolo della vergogna nello sviluppo e nel mantenimento del disagio psicologico degli adulti è molto comune. La vergogna, quindi, può essere considerata un fattore chiave per lo sviluppo e/o il mantenimento del disagio psicologico e dei successivi problemi di salute mentale.

 

L’inganno dell’autodiagnosi

Sfatiamo un mito. Non è possibile per un individuo non abilitato elaborare una diagnosi su di sé o su altri. La diagnosi non è un’etichetta che si costruisce scorrendo i testi di psichiatria.

Essa è una valutazione multidimensionale che considera, tra i tanti fattori, la persistenza del disagio, i fattori culturali, le condizioni contestuali, la fase evolutiva di vita, gli aspetti organici correlati, ecc… 

Il clinico quindi effettua una valutazione che non si limita alla spunta dei criteri elencati nei manuali. Proprio per questo non si può fare autodiagnosi, seppur conoscere qualche specifica sui diversi disturbi psichici possa permettere di porsi nuove domande. Per questo motivo scelgo di esporre di seguito qualche specifica rispetto ad alcuni tra i disturbi psichici più frequenti. 

Le nuove domande che dovessero emergere da queste letture sono da rivolgere poi, necessariamente ad una figura professionale abilitata, in grado di restituire significati che vadano ben oltre l’etichetta diagnostica e proporre, eventualmente, interventi specifici.

Disagio psicologico

Come espresso in calce all’inizio di questa sezione, non solo la malattia mentale merita attenzione. Il disagio e la sofferenza psichica possono dipendere anche da risposte che si ricollegano, in modo non sempre efficace, a vari momenti della nostra vita. Parliamo in questo caso di fasi piuttosto comuni, condivisibili perlopiù con la maggioranza delle persone ma che, per un motivo o per l’altro, finiscono per metterci in una difficoltà dalla quale fatichiamo ad uscire, causandoci sofferenza.

A tutti noi può essere capitato di sentirci bloccati, incapaci di uscire da una sorta di ripetizione infinita delle stesse situazioni. Oppure, ancora, di non riuscire a cogliere pareri e suggerimenti di famigliari, amici, confidenti, gli stessi che daremmo noi stessi, ma che nella concretezza non sembrano essere applicabili per noi.

Momenti come questi appartengono all’esperienza di ognuno di noi. Non stiamo quindi patologizzando esperienze emotive che fanno semplicemente parte del nostro vivere. Ci concediamo piuttosto uno sguardo curioso sulle concause che sembrano partecipare al nostro malessere, anche in ottica preventiva: permettiamoci pertanto di essere possibilisti sull’idea che quel tipo di malessere può, forse, trovare altre risposte. Può, forse, cessare se osservato a affrontato da altre prospettive. E ricordiamo quindi quanto espresso da Virgina Satir, grande terapeuta del secolo scorso: “La vita non è perfetta. La vita è quella che è. E’ il modo in cui l’affronti che fa la differenza”