Depressione
La caratteristica comune a tutti i disturbi depressivi è la presenza di umore triste, vuoto o irritabile, accompagnato da modificazioni somatiche e cognitive che incidono in modo significativo sulla capacità di funzionamento dell’individuo. I disturbi depressivi differiscono tra loro nella durata, nella distribuzione temporale o nella presunta eziologia.
Si può essere tristi ma non essere depressi?
Non è insolito usare il termine “depresso” in modo inappropriato. La tristezza, così come tutte le altre emozioni, non è indicatore di patologia. La tristezza è un’emozione e, come la gioia, la paura, la rabbia, può essere a buon conto considerata un ottima bussola con la quale orientarsi nella vita se la si sa ascoltare.
Sentirsi tristi per un evento particolare, o all’interno di una relazione, o ancora, in uno specifico contesto, non deve spaventarci. Sperimentare tristezza e non sentirsi ogni giorno della propria vita felici e spensierati è sano. Fa parte della vita stessa. La tristezza può indicarci con chiarezza cosa non funziona nel nostro mondo, stimolando in noi la motivazione al cambiamento.
Essere tristi non significa essere depressi. La tristezza non va soppressa quanto piuttosto ascoltata, senza esserne fobici, in una posizione di accettazione gentile che permetta di lasciarla esprimere.
I disturbi depressivi differiscono dalla normale tristezza o irritabilità prevalentemente per la loro aspecificità e per la loro persistenza. L’umore depresso di un disturbo depressivo tende ad essere molto persistente e non è legato a specifici pensieri o preoccupazioni. All’interno di un episodio depressivo maggiore si sperimenta una totale incapacità di essere felici o provare piacere diversamente a quanto non avvenga a seguito di un lutto in cui la disforia si verifica ad ondate e tenda a diminuire di intensità nel corso di giorno o settimane. Le ondate di tristezza inoltre sono in questo caso legate a pensieri o ricordi della persona scomparsa, diversamente da quanto non avvenga durante un episodio depressivo maggiore nel quale l’individuo non riesce a trovare motivo o origine della propria tristezza.
Tra i disturbi depressivi riportiamo qui il disturbo depressivo maggiore, il disturbo depressivo persistente, il disturbo disforico premestruale.
Disturbo Depressivo Maggiore
I sintomi del disturbo depressivo maggiore possono essere tanti. Tra essi va è necessario tuttavia che sia presente l’umore depresso o la perdita di interesse o piacere
L’umore, in un episodio depressivo maggiore, viene spesso descritto dall’individuo come depresso, triste, disperato, scoraggiato o “giù di corda”. In alcuni casi la tristezza può essere negata. Questo può avvenire all’interno di quadri culturali o sociali che faticano ad accettare questo aspetto. Non di rado in questi casi l’individuo enfatizza i sintomi fisici che vanno dai fasiti ai dolori corporei, anziché riferire sintimenti di trsitizza. Molti individuo poi rifersicono o mostrano un aumento dell’irritabilità, quindi rabbia persistenzte, rendenza a risopender agli eventi con accessi di ira o prenderndosela con gli altri.
La perdita di interese o piacere poi è qusti sempre presente e i familiari notano spesso ritoro sociale o abbandono delle occupazioni paicevoli. In alcuni individuoi vi è una significativa riduzione dell’intresse o del desiderio sessuale riseptto ai livelli precedenti.
Si possono poi registrare disturbi del sonno o modificaizone dell’appettivto, così come alteranzioni psicomotorie che includono agitazione oppure rallentaemtno.
Il senso di autosvalutazione o di compa asoscaito ad un episodio depressivo maggiore può inoltre includere valutaizoni snegativie irrealistiche del proprio valore oppure preoccupazioni di colpa o ruminazioni su piccoli errori passati.
Molti individui infine riferiscono ridotta capacità di pensare, concentrarsi o prendere decisioni anche facili.
In questo quadro già così doloroso sono frequenti pensieri di morte, ideazione suicidaria o tentativi di suicidio. Questi pensieri variano da un desiderio passivo di non svegliarsi al mattino oppure dalla convinzione che gli altri starebbero meglio se la persona fosse morta, a pensieri transitori ma ricorrenti di suicidarsi fino a un piano specifico di suicidio.
Disturbo Depressivo Persistente
Altrimenti definito “distimia”, il disturbo depressivo persistente ha come caratteristica essenziale un umore depresso presente per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, per almeno 2 anni, o almeno 1 anno nei bambini e negli adolescenti.
Le persone con disturbo depressivo persistente descrivono il loro umore come triste, o “giù di corda”. Durante i periodi di umore depresso, l’individuo può soffrire di scarso appetito o iperfagia, insonnia o ipersonnia, scarsa energia o astenia, bassa autostima, difficoltà di concentrazione o nel prendere decisioni, sentimenti di disperazione. Poiché questi sintomi sono divenuti parte dell’esperienza quotidiana, in particolare in caso di esordio precoce (sono sempre stato così), essi possono non essere riferiti, a meno che non vengano chiesti in modo diretto.
Il disturbo depressivo persistente può essere caratterizzato inoltre da ansia, da episodi psicotici, può avere esordio nel peripartum.
Disturbo Disforico Premestruale
Le caratteristiche essenziali del disturbo disforico premestruale sono l’espressione della labilità dell’umore, l’irritabilità, la disforia e sintomi d’ansia che si verificano ripetutamente durante la fase premestruale del ciclo e vanno incontro a rimessione intorno all’insorgenza delle mestruazioni o poco dopo.
Questi sintomi possono essere accompagnati da diminuito interesse nelle attività abituali, difficoltà di concentrazione, letargia o facile faticabilità, marcata modificazione dell’appetito o forte desiderio di cibi specifici, ipersonnia o insonnia, senso di sopraffazione, sintomi fisici come indolenzimento, dolore articolare o muscolare, sensazione di “gonfiore”.
I sintomi devono essersi verificati nella maggior parte dei cicli mestruali durante l’ultimo anno e devono avere un effetto negativo sul funzionamento lavorativo o sociale.
L’intensità e/o l’espressività dei sintomi d’accompagnamento possono essere strettamente correlate con il background sociale e culturale caratteristico della donna affetta, con le prospettive familiari e con fattori maggiormente specifici come credenze religiose, tolleranza sociale e problematiche legate al ruolo di genere femminile.
Va infatti ricordato che la cultura sociale di molte aree dell’occidente ha spesso attribuito al periodo premestruale un mal funzionamento sul piano psichico della donna ben superiore a quanto nella realtà non si verifichi. In tal senso si può osservare in specifici contesti culturali il rimando a tale periodo come mezzo di invalidazione di genere rispetto alle richieste o alle istanze sollevate dalla donna. In questo modo l’espressione dei bisogni della donna veniva banalizzata e ricondotta ad un mal funzionamento mentale piuttosto che a ad un corretto riconoscimento di bisogni legittimi.