“Le ferite possono guarire, e la speranza si rinnova”

Janina Fisher

Psicologa e psicoterapeuta specializzata in Terapia Sistemico Relazionale e Terapia Cognitivo Comportamentale, negli anni di attività clinica mi sono occupata di valutazione e trattamentodel disagio psichico che l’individuo può sperimentare nel corso della propria vita.

L’ approccio terapeutico che guida il mio lavoro unisce in sé tanti tra i più riconosciuti modelli clinici: tra essi il modello Sistemico Relazionale, il modello Cognitivo Comportamentale e diversi modelli di Terza Ondata quali EMDR, Schema Therapy, Terapia Metacognitiva Interpersonale, Sensorimotor.

Questi modelli sono efficaci su innumerevoli disagi e patologie psichiche, validati da anni di pratica a livello internazionale. Per i diversi protocolli che gli approcci propongono, gli studi longitudinali definiscono percentuali di efficacia e tempi di risoluzione del problema.

La psicoterapia nella scienza: prendersi cura delle persone, e non solo delle malattie che le affliggono

Ho iniziato a lavorare come psicologa ormai 20 anni fa, pochi anni dopo che la psicologia e la psicoterapia entravano ufficialmente nella scienza. Erano state al confine per lungo tempo e, diventando scienza, noi psicoterapeuti abbiamo sentivo il sollievo del contenimento che protocolli di valutazione e di trattamento validati scientificamente ci procuravano dopo molti decenni in cui la nostra pratica era stata confusa con la filosofia, l’antropologia, l’etica.

Abbiamo esplorato e sperimentato con entusiasmo l’efficacia dei nuovi approcci, dei nuovi modelli e dei loro protocolli. Abbiamo affidato la nostra pratica e i nostri pazienti ad essi. Alla scienza. E questa è stata la migliore cosa che si potesse fare.

Poi abbiamo preso atto di come non tutti i pazienti rispondessero allo stesso modo allo stesso protocollo. E, proprio come in medicina, forti dei dati scientifici che guidano la pratica, si è potuti tornare sull’individuo, esenti dal rischio di operare senza modelli teorici e protocolli validati.

La cura doveva essere individualizzata, doveva considerare la complessità dell’individuo che non poteva essere ridotto ad una diagnosi.

La carta vincente: un terapia individualizzata e sostenibile

Pat Odgen, psicoterapeuta di fama mondiale, scrive: “E’ il trattamento che dovrebbe sempre venire adattato all’individuo (…) mantenendo l’attenzione innanzitutto sulla relazione terapeutica e individualizzando idee e interventi (…) su misura dei bisogni di ogni paziente.”

In queste consapevolezze, la pratica clinica mi ha confermato che presi singolarmente, pur nella propria efficacia scientifica, non sempre i protocolli clinici suggeriti dai diversi approcci risultano essere la migliore soluzione possibile per il paziente.

Perché questo succede?

Innazitutto bisogna tenere presente che ogni persona è un universo di complessità. Una diagnosi nosografico descrittiva non può raccontarci tutto quanto ci serve per impostare una terapia che sia efficace e sostenibile.

Facciamo qualche esempio.

Una diagnosi di Depressione Maggiore non ci dice quali risorse esterne ha il nostro paziente. Quali pregressi nella storia di vita hanno influenzato questo momento, quali prospettive si aprono nel suo futuro. Sapere che una persona è depressa non ci dice se potrà sostenere un percorso terapeutico con cadenza settimanale, se potrà assumere una terapia farmacologica che lo aiuti a risollevarsi, se sarà in grado di raggiungere il nostro studio.

L’approccio terapeutico deve tenere presente una multifattorialità che di rado può coincidere con la mera applicazione del protocollo standard.

Un altro caso.

Un paziente in grossa difficoltà ad uscire di casa perché tormentato dagli attacchi di panico, difficilmente riesce a reggere nelle prime sedute un protocollo terapeutico che impronta il proprio lavoro sulla storia passata. In casi come questo approcci volti alla riduzione del sintomo possono fornire il sollievo necessario per riconquistare rapidamente una qualità di vita soddisfacente, punto di partenza per iniziare poi, eventualmente un lavoro volto a individuare le origini del malessere.

Viceversa, una persona che vive un disagio relazionale non acuto ma di lunga gettata, con dinamiche che tendono a ripetersi nel tempo e nelle diverse relazioni affettive che intesse, spesso trova maggiore efficacia con un approccio che indirizza il proprio sguardo al tempo in cui tali dinamiche si sono costituite, all’utilità che esse hanno avuto nel passato, al motivo per cui nell’oggi esse non sono più d’aiuto.

Riconoscendo quindi l’efficacia scientifica, con l’esperienza ho imparato a proporre i diversi approcci in modo individualizzato, sul bisogno, sulle caratteristiche e sul momento di ogni singola persona.

L’idea alla base del mio lavoro clinico è quindi che il paziente, in terapia proprio perché in un momento di fragilità o instabilità, possa essere in difficoltà ad adattarsi al modello terapeutico; ci sono tanti approcci e tante possibilità. Concediamoci di scegliere tra essi ciò che, per il bisogno espresso e le caratteristiche individuali, è il meglio possibile per realizzare una buona terapia.

Un buona terapia, efficace e sostenibile.